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Una storia tra le storie

Tra le storie di tutti i tuoi amori ciclotimici, adoro quella dell’affanno piacevole al quinto piano e della promessa fatta a te stesso, guardando il campanello, di smettere di fumare, di smettere di sciupare le cose amate. Quella promessa che hai deciso di non mantenere quando hai capito che era tutto causato da una cosa che, quando c’era, ti causava l’affanno e, quando non c’era, ti rendeva detestabile. Niente a che vedere con le sigarette.
Tra tutte le tue storie, mi piace quella perché i dettagli ti sono rimasti annidati negli angoli degli occhi e li richiami senza troppa difficoltà, mi piace per il modo in cui ne racconti la fine. L’accusa di non essere empatico, quell’accusa che non riuscisti a sopportare.

Belle amie

You smiled at me and really eased the pain.
Oh, the dark days are gone and the bright days are here
(Sunny – Bobby Hebb)

Era stare ore al telefono, era incontrarsi al bar, per saltare francese, era correre per le scale a perdifiato e tu mi tiravi per un braccio per farmi andare più veloce, era modificare i cognomi e chiamarsi con quelli, era Due di noi, era ritrovarsi dopo due mesi, cambiate ed uguali, e poi era sapere che a qualsiasi pomeriggio, sogno o incubo, sarebbe seguita una mattina insieme, era tutto tra quei disegni stupidi, tra quelle risate, tra i mille problemi che non avevamo e i nostri gruppi di auto-aiuto erano solo un passatempo, era camminare vicine e avere l’impressione che tutti ci guardassero schifati e noi non capivamo perché, perché? E ancora ridere, ché non ci hanno mai fatto venire un dubbio, quegli sguardi. Quello che per tutti è un periodo traumatico, per noi era condivisione, quando ancora quel termine non era stato svuotato di senso da tutte queste protesi sociali tecnologiche.
E ora, invece, ora che forse te ne parti, è pensare a quando verrò a prenderti e ce ne andremo a bere in spiaggia e a fare foto delle quali ci vergogneremo e rideremo e ci vergogneremo e rideremo, per il resto della nostra vita. E poi al terzo drink parte sempre qualcosa del genere.

 

L’arte del sogno

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
(William S. Burroughs)

Sognare di essere a Tangeri, le voci, le strade, la luce, le facce.
Sognare tutto così nitido anche se non ci si è mai stati.
Sognare di accendere il televisore quattordicipollici dell’hotel, e beccare un video dei Tangerine Dream e pensare, nel sogno, che è molto elegante, anche se linguisticamente impreciso, da parte dell’incoscio, dirlo in quel modo, che Tangeri finisce lì, dietro la palpebra socchiusa, nella stanza di sempre.

Springboard

Che stamattina ho visto la Calma, l’ho vista davvero, mentre ero seduta sul gradino, ad aspettare le amiche e che tutto sembrava un po’ meno irritante e che non ho avuto bisogno del primo caffè per sopravvivere all’impatto col mondo e che seduta in quell’aula, ad un tratto, ho capito che mi piace proprio ciò che faccio e che, di rimando, io piaccio a ciò che faccio, che dal finestrino si rideva di un uomo con le gambe storte incredibilmente felice e che la primavera è la mia stagione e che solitamente basta un anno e l’ho già dimenticato. Questo cercavo di scrivere, poco fa, ma veniva tutto didascalico e in questi momenti mi dispiace che gli stati d’animo non si possano fotografare, o che io non ne sia capace.

 

Puntinismo di Aprile

Non si sa mai esattamente quanto spazio si occupi nella vita della gente.
(Francis Scott Fitzgerald)

• Sei in riva al mare e non pensi a niente, a niente niente. Neanche al fatto di non pensare a niente. Lo realizzi dopo due ore, di non aver pensato niente, in riva al mare, col sole del pomeriggio e le sue prevedibili carezze. E tutto questo lascia in vita la speranza di un Altrove tutto per te.

• Alcune persone ti mancano ancora, quando arriva questo periodo e avresti voglia di averle vicine, di chiamarle per andare insieme a non fare niente . E poi, riascolti questa e capisci che è tutto come previsto e la prevedibilità cura malinconie, tristezze, aritmie e tutti gli altri moti d’animo.

• Capisci che quando si ascrive a certi mali la proprietà di “uccidere progressivamente” non ci si riferisce ad una morte propriamente fisica. Più che altro è come se sulle persone venisse steso un velo che diventa man mano più spesso rendendo invisibile ciò che copre. Il divario tra la persona un tempo sana e la persona attualmente malata è il luogo in cui risiede quella morte progressiva, pensi alla fine, quando non vedi più la persona, ma ne intuisci solo i contorni.

• Gli occhi aperti sott’acqua ne L’Atalante. Surreale, naïf e per nulla patetico. Come dovrebbero essere le relazioni, quelle vere.

• Che dimostri tipo sedici anni, ecco cosa continuano a ripeterti tutti. Cosa che ti tira un po’ su di morale, anche se non lo ammetti, considerando quanto ti sei sentita vecchia, dopo l’ultima corsa: il cuore che cercava di spruzzare via dalle dita e anche il fiato andava e veniva, mentre ridevi per la posizione sciancata nella quale avevi deciso di cercare le energie per rientrare in casa.