Polare familiare

Roger Ballen (1993)

Mio padre e i suoi fratelli.
Cose da non credere, roba da guerra fredda, anzi non semplicemente fredda, diciamo pure polare.
Non so se dipenda dal fatto che i miei zii non vedano di buon occhio che una famiglia à la Woodstock, quale siamo in realtà, porti il loro stesso cognome. Comunque, cazzo, se sono sovietici i miei zii: le loro mogli non indossano i collant, cioé, non possono indossare i collant; nelle loro case ci sono i termosifoni, ma non sono mai stati accesi; i loro figli non hanno mai conosciuto alcun divertimento e se prendono un nove a scuola si sentono rispondere che “hanno fatto la metà del proprio dovere”. Cose che non sapevo potessero esistere, prima che mi si dicesse che mio padre non è figlio unico, anche se è come se lo fosse, e che mi venissero indicati, da lontano, sussurrando, i suoi fratelli.
Intendiamoci, apparentemente non sono tuttitutti così. Più che altro, borbottare, non avere vita sociale e trovare scandaloso anche un cornetto crema e Nutella è il loro stampo familiare. Ce n’è persino uno che vive in una comunità dell’amore universale – mia madre lo trova stupefacentemente simile ad E.T. – il punto è che qualche insana abitudine degli anni Settanta gli ha completamente fottuto il cervello, ma l’unica area preservata è quella, appunto, dello stampo di cui parlavo qualche riga fa.
La questione della guerra polare familiare si è ripresentata di prepotenza nell’agenda setting domestica perché uno dei miei cugini, il fratello di quella che mia madre trova stupefacentemente simile alla figlia di Fantozzi, si sposa (ovvio, credo che a trent’anni non gli sia ancora concesso, per esempio, di andare in un pub. E lui ha pensato bene di passare ad un guinzaglio più lungo; ad ogni modo, sono fattacci suoi quindi torno fuori parentesi e concludo) e io sono stata scelta come delegazione diplomatica per la cerimonia, insomma andrò oltre la cortina di ferro e la motivazione dei miei è stata lucida ed era qualcosa tipo “Sei la più piccola di casa, sei quella che è stata coinvolta per meno anni, alcuni di loro neanche li conosci”; alla mia obiezione “Perché una rappresentante? Perché non diamo buca e basta?” tutti mi hano guardato come una povera deficiente, come una che non saprebbe tenere bassa la temperatura di una guerra polare neanche se si mettesse d’impegno.
E cerimonia sia; mia madre, alla fine della discussione, a bassa voce mi ha detto “Finalmente vedrai lo Zio Angelo e vedrai che è stupefacentemente simile a quell’idiota di Oscar Giannino” e poi, come per rassicurarmi “Non sono cattivi, il punto è che sono stati per una vita isolati tra le montagne…e le montagne se le porteranno dentro fino alla morte, col cucuzzolo che li punge la gola”.
Anche oltre la cortina, dentro di me pianure, mare e cornetti crema e Nutella.

Brandelli

Oggi, alla vista d questa striscia, mi è tornata in mente la Bocheca.
Sì, l’avevo battezzata così, quella coperta in cachemire, rosa da un lato e azzurra dall’altro, dalla quale a due anni, quindi ben prima di poter trovare ispirazione in Linus, non mi separavo per nessun motivo e a nessuna temperatura. Mia madre l’aveva persino tagliata in due parti, in modo da tenerne sempre una porzione di riserva in casa. Era automatico, me la strofinavo sulla guancia e tutto, probabilmente, sembrava avere un senso, qualsiasi problema si risolveva e io, magicamente, mi addormentavo.
Adesso giacciono in un cassetto, i brandelli delle due mezze Bocheche, sbiaditi, tenuti insieme da una spilla da balia, li ho ripresi in mano e ho ripensato ai loro tempi d’oro, a quando erano la panacea di tutti i mali e, anche con quaranta gradi, facevano il loro sporco lavoro. L’ineguagliabile efficacia degli oggetti di transizione. Che tempi.

Puntinismo di Marzo

Sì, ti prenderei ascoltando i Jam
di prepotenza in un parcheggio.
(Numero6)

• Su certi mesi rifletti più a lungo, quasi inutilmente: alcune cose si perdono comunque nel rotolìo dei giorni che, a primavera, si sa, passano più veloci. Poi la tua migliore amica viene fuori con un libro in regalo, La noia, e tutto assume nuovamente la giusta lentezza.

• Finalmente magliette e scarpe di tela, via i cappotti. Nessuno ti crede quando dici che d’inverno ti stanchi di più a camminare perché tutti gli indumenti ti pesano, ti pesano tantissimo. Nessuno. Tutti sorridono come se stessi scherzando.

• Marzo finisce con l’inizio del trailer di quella che sarà la tua vita, in un futuro che si appresta a compiere la maggiore età e diventare presente. Non sai ancora se ti piace in tutto e per tutto, però, hai sentito che colonna sonora? E hai visto che fotografia?

• Per la prima volta in vita tua, hai paura di cadere da una scala, ma questa è solo una di quelle cose da ricordare come l’eclissi totale, si spera.

Isole felici

Volevo citare un pezzo delle Ronettes,
ma è meglio ascoltarlo per intero.

Io, per dire, adesso aspetto solo che arrivi il momento di partire, di mettere le cuffie e guardare la mia città che si allontana, di dormire un sonno che non sembra mai veramente che si stia dormendo e poi aprire gli occhi e vedere la luce del faro, le luci della città, di sentire l’odore di umido, di salire in macchina, salire a casa e rimettersi a dormire come se fosse ancora notte. E poi svegliarmi e convincermi di essere sempre stata in quella camera.

Io, per dire, adesso sono già felice perché so che tra tre giorni lo sarò per davvero e non so bene qual è la felicità che preferisco.

 

Un uomo in poltrona

Sua moglie e le sue tre figlie avevano iniziato ad assomigliarsi molto presto.
La cosa non lo sconcertava più di tanto, quando si è abituati ad averne una così in casa, altri tre cloni non fanno tanta differenza. E non fu neanche particolarmente a disagio quando sentì la più piccola delle sue figlie bisbigliare alla sorella maggiore un commento riguardante l’avarizia dei vicini, ben deducibile dai piccoli sacchetti di immondizia che depositavano vicino casa ogni martedì sera, per la raccolta porta a porta del mercoledì.
Lui avrebbe preferito sentirle parlare di letteratura o guardarle dipingere o suonare il pianoforte che, invece, restava muto da anni, a prendere polvere. Ma alzare un po’ il volume del televisore per coprire i loro pigolii lo aiutò, anche quella volta, a scampare a quella domanda accusatoria che senza dubbio gli si sarebbe insinuata in testa entro pochi secondi.