Prima del primo bacio

Io l’ho un po’ dimenticato, come funzionano queste cose. Come funziono io, quando mi emoziono veramente, ma di emozioni nuove. Forse l’imbarazzo per le guance rosse, il corretto uso della sintassi che va a farsi benedire, l’incapacità di tenere lo sguardo nello sguardo dell’altro per più di cinque secondi, forse, tutto ciò è diretta conseguenza di questa dimenticanza.
Ed è un po’ come tornare ragazzina: emozionarmi se passi dal mio studio solo per salutarmi senza altre scuse, arrossire perché sei lì davanti a me, imbarazzato come me, saltellare per il corridoio di casa se la nostra conversazione online sta prendendo una bella piega ironica, aspettarti anche nei giorni in cui so già che non potrai venire, immaginare mille volte l’attimo prima del primo bacio. Immaginare mille attimi diversi prima del primo bacio: pensare alla musica di sottofondo, alla scusa che userai per metterti al mio fianco (a destra o sinistra? immagino anche questi piccoli dettagli), a come sarà il tuo profumo quando avrò il naso vicino al tuo collo, a come sarà il tocco delle tue mani sulle mie guance, alla densità dei nostri sospiri. Penso a queste cose piccole perché l’unica cosa che non ho dimenticato, dell’essere emozionata di emozioni nuove, è quel pomeriggio di sole, in quel marzo lontano più di un decennio, in cui, per la gioia del primo bacio, una volta rimasta sola, mi rotolai per terra, ridendo come un’ossessa. E io non so più fronteggiarle, gioie così grandi. Quindi, al momento subito dopo il primo bacio, penseremo in un altro momento.

Ti seguo

So strange, what Love does
When you’re all alone
Strange, what flies with ghosts of love
David Lynch – Ghost of Love

Una volta lì era tutto cantiere. E, proprio lì, in quel cantiere, vidi passeggiare quei due, vestiti troppo bene per andarsene in giro nel tufo: lui con la sua agenda di cuoio sottobraccio, la giacca perfettamente stirata, lei con i suoi pantaloni dal taglio maschile ed il foulard a righe annodato in modo certosino. Parlavano di David Lynch e di resilienza e di sociologia economica, lui le stava sempre un passo indietro e parlavano seriamente, da colleghi, ma ogni tanto il discorso si interrompeva e lui la guardava e sorrideva, facendo qualche notazione linguistica. Quel cantiere confinava con quello che, all’epoca, era un enorme parco, e quei due, quei due troppo eleganti e forbiti, ne costeggiavano la ringhiera divisoria fantasticando di poterla scavalcare, un giorno, per una bella pausa pranzo sul prato inglese.
Un tempo lì c’erano anche le gazze ed i corvi e i piccioni ed altri volatili non meglio identificati e lei odiava i pennuti, ma lui non lo sapeva: lei per evitarli salì sul cornicione di un’aiuola piuttosto alta, giustificando frettolosamente con la parola “Ornitofobia” quella scelta di un percorso alternativo, e lui le rispose solo “Ti seguo” e, quando lei si voltò, vide che lui sembrava sorprendentemente felice di quel gesto stonato rispetto al suo abito grigio. Gli studenti guardavano quella coppia stramba e chissà cosa pensavano; il sole si nacondeva dietro una nuvolona grigia, il freddo giungeva, ma dentro, dentro di loro era primavera.
Poi furono costruiti gli edifici 6 e 7 ed il parco fu reso inaccessibile, ma quei due, si dice, continuarono a camminare a distanza ravvicinata, a portare abiti eleganti, a parlare di cose noiose, a capirsi, a starsi vicini nei dolori, a rincorrersi per l’Europa e mai, mai frase detta da un uomo ad una donna si riverlò essere tanto vera. Ti sono vicino, ti capisco, ti assecondo…ti seguo!

Dei punti interrogativi

Stephanie says
That she wants to know
Why it is though she’s the door,
She can’t be the room.
(Velvet Underground – Stephanie Says)

Vorrei parlare di questa cosa della quale forse è meglio non parlare, ma come faccio a non parlare del bisogno di parlare, proprio ora che per parlare e ricevere un consiglio saggio dovrei trovare altra gente con cui parlare perché tu non ci sei più, o forse ci sei troppo di più, ma di sicuro non ci sei per parlare di quelle cose di cui proprio a te non dovrei parlare e poi, anche se ci decidessimo a parlare, i tuoi consigli potrebbero anche lontanamente definirsi saggi? Vorrei parlare di questa cosa che non ho più fiato, ma ho tanti punti interrogativi che non so più dove posizionare tra le parole e quindi me li tengo in testa, là dove conservo i ricordi di noi che parliamo, di noi che parliamo troppo, di noi che non parliamo abbastanza e, lo vedi, c’è un enorme punto interrogativo sul tuo viso in quel fotogramma in cui mi stai parlando di quelle cose di cui sono sicura tu mi abbia parlato, ma forse ora non lo sono neanche tanto più. Sicura. Punti interrogativi ovunque, sparsi su un percorso lungo tredici anni e io così miope da inciampare su ognuno di loro e tu così distratto che neanche te ne accorgi che, mentre parliamo, ad ogni tua affermazione, io spargo punteggiatura di questo tipo. E ora ci vorrebbe un attimo per calmarsi e parlare di tutt’altro, parlare, per esempio, di quella volta in cui mi hai detto che io ero molto simile a Stephanie Says ed eravamo piccoli e non c’eri ancora per davvero, non c’eri ancora per parlare e non c’era ancora nulla di cui parlare. Vuoi vedere che a furia di incartarci tra le parole abbiamo provocato solo un enorme disastro, una cosa che tredici anni fa era un piccolo battito d’ali e ora è una catastrofe, una di quelle cose che succedono dall’altra parte del mondo e non te ne accorgi, io sono la tua altra parte del mondo e tu sei distratto e io parlo troppo e io sono stephanie says e tu sei il mio punto interrogativo preferito, ma io, forse, ora, semplicemente, me ne andrò a domire.

Starting point

Quella carta da imballaggio sembrava nascondere un’ingombrante chitarra, forse un’acustica a dodici corde suonata pochissime volte, ma quando appoggiò il pacco sul tavolino del soggiorno, si rese conto che la cosa veramente singolare erano tutte le righe scritte sul retro con un pennarello a punta tonda.

Non iniziare a leggere prima di mettere play a L-O-V-E , diceva il primo rigo. Obbedì, quindi si sentì libero di proseguire.

Voglio andare in giro per la città, all’alba, con te, parlando di qualsiasi cosa tu abbia voglia di raccontarmi. Voglio perdermi tra strade che non conosciamo bene, mentre il cielo si schiarisce, i lampioni si spengono e i rumori iniziano a moltiplicarsi. Voglio sfruttare un semaforo pedonale rosso per continuare a seguire il tuo discorso guardandoti negli occhi e soppesare il modo in cui tu guardi nei miei. Conosciamo troppo bene gli occhi l’uno dell’altra per stupirci nel trovare determinate risposte, ma ad ogni secondo passato coi miei occhi fissi sui tuoi occhi, corrisponde sempre e comunque un’alterazione esponenziale delle mie funzioni fisiche basilari. Poi scatterà il verde e tu avrai concluso un racconto e io voglio camminare al tuo fianco in silenzio, sentire i nostri passi coordinati e sapere che, per ogni tuo passo, io dovrò farne almeno due veloci, per continuare a starti vicina, ma posso accettare lo sforzo, ne sono sicura. Voglio sapere che quel silenzio è pregno di tutte le cose che abbiamo vissuto, da soli o insieme, e che, in modi che mi sono del tutto sconosciuti, abbiamo una lunga storia da raccontarci, in quel silenzio. Voglio arrivare al punto in cui, se non riusciamo a salutarci, invece di fare come al solito e dirci la bugia che ci rivedremo per un altro saluto, ecco, se non riusciamo a salutarci, io voglio restare ancora un po’ con te, accendere un’altra sigaretta e fregarmene delle poche ore di sonno che mi aspettano. Voglio andare, con te, al concerto che mai riuscimmo a vedere e che è stato più importante di un concerto visto; voglio andare con te a quel concerto, sapendo che ora è il Tempo giusto. Voglio, infine, addormentarmi sentendo il tuo profumo complicato, ascoltando i piccoli rumori  che farai passando le dita sulle corde di una chitarra, sulla chitarra che hai tra le mani, ora, e che avrei voluto regalarti anni fa. Voglio avere fogli bianchi da riempire dei nostri giorni e voglio che tu abbia abbastanza metallo per poterli musicare, quei giorni. Voglio sapere che ci sarai, anche quando non ci sarai e, anche quando non ci sarai, io ci sarò.

Soppesò quell’enorme regalo, riguardò tutte quelle righe, ma senza rileggerle. Le riguardò come una parete affrescata nel corso di tanti anni, troppi anni da poter gestire, così all’improvviso, in pochi giorni. Quindi mise tutto da parte e tornò alla lettura dei suoi articoli. Gli sembrò di sentire, giù in strada, una risata in lontananza, la sua risata, quella in cui solitamente strizza gli occhi; gli venne in mente una melodia e decise di partire da quella, per il momento.

Un titolo semplice, ma impronunciabile

First time that I saw you
Teeth squeezed my lips
And I thought I’d die without you
But you’re here and it’s clear that it’s
Just a state of mind, running through the times
Keeping us alive
Just a state of mind, keeping us in line
Before we take a dive
(Graham Coxon – Just a state of mind)

Una cosa è certa: di storie ne hai raccontate a bizzeffe. Storie vere o solo desiderate, affidate alla tastiera o all’orecchio degli amici o all’oblio del tuo cervello. Le storie non sono mai state poche, da tanti anni a questa parte. Ma la storia più bella che tu abbia mai raccontato è venuta fuori dalla tua bocca con una venatura di alcool sul tuo alito, mentre eri su un marciapiede di una città enorme che sembrava poter coprire le tue parole, poi seduta sul bracciolo di una poltrona, tra le pareti gonfie di musica; eri, prima in piedi e poi seduta, con lo sguardo totalmente fisso verso il tuo interlocutore e gli raccontavi di quindici anni, di quindici lunghi anni che avete vissuto insieme, anche se non sempre fisicamente insieme, gli hai raccontato tutto il film che hai visto con i tuoi occhi: hai voluto raccontargli dell’emozione per l’acquisto di un paio di biglietti, di tutto il tempo che passavi con altre persone ma che avresti voluto passare con lui, di quella volta che era notte e tu non volevi mettere in moto e andare via. E ad ogni dettaglio, ad ogni sfumatura, ti faceva eco un “Era esattamente così anche per me”. Poi ti è stata raccontata la storia di Don’t go away e di quella vicinanza che c’era e facevate finta di non vedere, ti è stato raccontato di un allontanamento quasi forzato e di tanti, troppi pensieri a riguardo. Erano storie che conoscevi bene da tempo, ma da tempo ignoravi il fatto che fossero narrazioni condivise e non una tua opera originale. “Quando sono vicina a te, mi ricordo ciò che mi piace davvero” senti la tua voce e senti di non poterla controllare. È una storia che non sai dire se sia triste o felice perché racconti di un angolo in cui tieni un’idea, la cosa che più ti fa emozionare, e non sai dire se è attuale, passata o senza tempo. Perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane. Quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire, così spaventosa tanto è enorme rispetto a te e sedimentata nella tua vita come l’unico tassello in oro di un grande mosaico, quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire non è venuta in mente solo a te, è incantevole e durevole perché ci avete lavorato in due, in silenzio, senza dire nulla sull’enorme elefante che era seduto tra voi mentre provavate ad essere buoni amici. E adesso punto fermo e si va a capo per un nuovo capitolo dal genere totalmente sconosciuto.