Dei tramonti di mezza estate

Nella luce del tramonto, in un pomeriggio di metà luglio, molte verità che aveva dimenticato le tornarono alla mente. Cercava di guidare nonostante quel riflesso dorato che il sole le sparava negli occhi, l’abitacolo era sommerso di un rap italotunisino selezionato dal giovane suo passeggero, il telefono magicamente non squillava e quella coltre d’ansia dei giorni precedenti si era leggermente dissipata. Così, quasi come se fosse successo all’improvviso, come la perdita istantanea di una cataratta emotiva, ricominciò a guardare il mondo intorno a sé, quelli angoli che non le appartenevano e che erano portatori della bellezza intrinseca della voglia di vivere: due garzoni sull’uscio di una panetteria che chiacchieravano allegri e chissà cosa si dicevano, il sorriso di quel ciclista che le passava davanti, i bambini sul piazzale che davano gli ultimi calci al pallone prima dell’ora di cena, un bacio veloce tra due sconosciuti sulle strisce pedonali.Si sentì di nuovo immersa in un mondo promettente e non più minaccioso, un mondo in cui piccoli atti di grazia le apparivano nuovamente possibili, anche se aveva tanto lavoro da portare a termine, anche se il denaro scarseggiava più del solito, anche se l’accesso ad alcune stanze del passato le era ormai negato. Nonostante queste e altre minuscole note stonate che, per troppo tempo, le avevano procurato solo tristezza, adesso le appariva assai chiara la melodia di fondo di quella giornata e di quelle che sarebbero seguite. Una melodia di gratitudine per tutto ciò che aveva, per i pensieri che la sua mente continuava ad elaborare, per le persone che erano giunte da posti e tempi diversi per riempirle la vita d’amore. No, forse sarebbe iperbolico definirla felicità, la cosa che provava mentre guidava verso casa, ma era sicura che, se mai fosse possibile dare una definizione precisa di quel rompicapo che è l’essere felici, beh allora quello che provava in quel momento era qualcosa di molto, molto vicino. Per un giovedì pomeriggio, decise, tanto bastava per avviarsi sorridendo verso la fine della giornata. 

Parcheggiò, scese dall’auto e iniziò senza angoscia a pensare al tempo libero serale e a come impegnarlo.

In un giorno di luglio

Ero piccola, pallida, matricola, con una mamma ed un lavoro da segretaria, ero la caregiver di una tartaruga appena nata, col carapace ancora morbido, ero appassionata di caffè lungo e Lucky Strike, erano dieci anni fa. Era tutta un’altra storia.
Non conoscevo Wallace, non amavo Eggers, leggevo solo classici e ascoltavo solo punk e Belle&Sebastian, la vita mi si parava davanti come un lungo tappeto ricamato a mano, tutto arrotolato, del quale non riuscivo a cogliere misura, colori, decorazioni, nulla. Nutrivo ancora la ragionevole idea di poter fare tutto, di poter diventare tutto. E tra tutte le cose che sentivo di poter fare, tra tutte le mille possibilità che ero convinta la vita mi avrebbe regalato, mi è capitato questo strano giorno di luglio, quei giorni in cui c’è un prima ed un dopo, uno spartiacque dopo il quale è tutto diverso. Quello strano giorno di luglio e la nascita di ciò che io considero il mio primo amore da adulta, anche se adulta non ero e non immaginavo tutte le onde altissime contro le quali avrei nuotato negli anni a seguire, ma anche se ne fossi stata messa al corrente, forse, non avrei avuto paura. Ero un’altra persona, non ero ancora una persona completa. Ma quando ho ascoltato i Kills, quando mi sono stesa su quel letto, quando ho chiuso gli occhi, in quello strano giorno di luglio, sentivo di aver trovato il mio posto nel mondo.

Soundrack: The Kills – Kissy kissy

A mano a mano

Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c’erano soldi ma tanta speranza
E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato mi sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera

Non ti ho pensato per anni, forse una vaga idea di te e dei giorni passati assieme si è fatta avanti, talvolta, quando beccavo in radio qualche pezzo di Rino Gaetano, non perché lo ascoltassimo così di frequente, ma perché una mattina, perforando i tetti di una Cesena primaverile, E cantava le canzoni ci svegliò giungendo dalla piazza fino all’Interno 9. Ma, fondamentalmente, non ti ho pensato per anni. Ho dimenticato i nostri discorsi, le nostre risate, le corse in stazione, i concerti, le canne, le litigate per mail; ho dimenticato cosa di te mi piacesse così tanto, com’erano quei minuti in cui ero pronta e aspettavo che passassi a prendermi per uscire, come mi guardavi, come ti guardavo o le appassionate righe che ti dedicavo nel caldo del mio diario.
In sintesi, di te ricordo solo come mi facevi sentire e tutto il resto è sprofondato in Atlantide.
I tuoi amici sostengono che il destino ci farà incontrare nuovamente, ma io non credo al destino, ai ritorni di fiamma, al recupero della post-adolescenza perduta, alle canzoni che sembra parlino di me.
Io credo solo a ciò che è successo.
Cos’è successo?
È successo che ti ho conosciuto a Pasquetta, baciato a Ferragosto ed amato fino a Natale. Poi ti ho dimenticato per due anni e poi mi hai riscritto e ti ho riscritto e ho attraversato l’Italia decine di volte per correrti incontro. È successo che stavamo per perdere il treno per Milano e avevamo in tasca i biglietti dei Radiohead e nello zaino bottiglie di alcolici che tintinnavano e ci facevano un po’ vergognare e nelle foto uscivamo benissimo perché eravamo felici e l’ultima volta in cui mi hai salutata in stazione non sembrava essere l’ultima e io agitavo la mano sorridendo, oltre la porta di quel treno regionale. La verità è che sei sparito all’improvviso e io, all’improvviso, ti ho dimenticato. Ma i tuoi amici mi rammentano che ero presente nella tua foto di classe all’ultimo anno del liceo: non era la mia classe e neanche il mio liceo. E l’unica, la sola nostalgia che mi coglie, d’improvviso, mentre sorseggio il mio Kamikaze, non riguarda te o i tuoi occhi verdi a mandorla, bensì quel momento della vita in cui tutto mi sembrava possibile e mi sentivo la personificazione di un potenziale diffuso che non sapevo bene come si sarebbe realizzato.

Ma la nostalgia è fatta di sabbia mobile dalla quale, ho imparato, è giusto tenersi a debita distanza. Butto giù l’ultimo sorso e guardo avanti, al prossimo weekend, a riattraversare l’Italia, questa volta per un amore maturo, diverso, privo di qualsivoglia nostalgia. O malinconia. E sento di nuovo un potenziale, una forma di fluttuante possibilità. Sono felice e vengo bene in foto, di nuovo.

Grandi distruzioni

Stanotte ti ho sognata, stanotte ho sognato la mia vita.

Sul vecchio Scarabeo sbiadito, attraversavamo l’aria densa del tramonto e io sbagliavo strada: ci ritrovavamo su un sentiero che esiste solo nei miei sogni, in cui c’è una casa, grande, una casa di campagna, di quelle che si vedrebbero nei film horror, di cui sono convinta di conoscere gli anziani proprietari. Mi veniva in mente di farti vedere quella casa, quella casa dove di notte è bello, sempre nei miei sogni, guardare la luna piena da una panchina nell’agrumeto. Ma sbagliavo nuovamente strada. Perché non c’è Maps nei sogni?
Sbagliavo strada e ci infilavamo in una villa con un giardino dedicato a San Luigi, con la statua del santo protetta da un gazebo di legno ed una fontana in cui scorrevano ciottoli e non acqua. Ridevamo tantissimo, ma in silenzio, come rideremo quando andremo a fare il bagno di nascosto, di notte, nella piscina di tua sorella.
Poi attraversavamo la casa, una casa piena di altari, una casa sacra, una casa oscura, una casa così cupa che ci faceva tanto ridere. Ridevamo ancora e ancora e ancora. Arrivate davanti alla porta d’uscita, c’era un cane, forse un Rottweiler, un cane dal manto di velluto grigio, un cane che voleva attaccare me che ne ho paura, un cane che, invece, appena ti sentiva ridere, ti saltava addosso e ti azzannava la pelle del collo e ti graffiava il viso e ti staccava un braccio. Io me ne stavo impotente, suonavo il campanello cercando di attirare l’attenzione dei padroni di casa, ti guardavo distruggerti pian piano e non vedevo più te, in quella pozza di sangue, con le tue risate e i tuoi ritornelli intonati, vedevo solo una cosa bellissima e perfetta, deturpata dagli errori e dai casi della vita. Me ne facevo una colpa, ma non facevo nulla di eclatante per cambiare il corso degli eventi.

E questa è la mia vita: mi esalto per gli errori di dettaglio, ma davanti alle grandi distruzioni, resto immobile, basita, come se non riuscissi a capacitarmi che, in questo mondo, c’è tanto male che siamo capaci di attirarci addosso senza neanche rendercene conto.

Dappertutto

All’improvvio sei dappertutto.
Non saprei neanche dire come sia avvenuto questo enorme cambiamento, so che fino ad un giorno sei un ricordo vago dietro ad un nickname, sei una notifica su un social, sei l’amico di amici al quale so di piacere, un giorno sei un invito lanciato quasi con nonchalance e poi, all’improvviso, sei dappertutto.
È stato per il tuo modo di scherzare, è stato per i tuoi gusti musicali, è stato per il tuo profumo. No, sto mentendo. Non può essere stato per tutte queste cose da comuni mortali, è stato qualcos’altro, qualcosa che non colgo, ciò che, inaspettatamente, ti ha reso così vivido. Io, da parte mia, so solo che ti ricordavo coi contorni sfumati e poi, appena ti ho messo a fuoco, ho scoperto che i tuoi contorni erano proprio quelli del pezzo di puzzle perfetto e mancante da anni.
T’avesse conosciuto mia madre, avrebbe continuato a ripetere che hai gli occhi che sorridono e che le persone che hanno occhi che sorridono sono, di base, persone buone. T’avesse ascoltato parlare, avrebbe decretato che sei una delle poche persone che sappia tenermi testa sul campo dell’ironia spietata. T’avesse avuto vicino, ti avrebbe elogiato, una volta rimasta da sola con me, per il tuo profumo, per il tuo bel portamento, per il modo in cui mi tocchi il culo quando tutti gli altri sembrano guardare altrove.
Apri un ombrello per baciarci sotto la pioggia anche se non piove, poi passiamo otto ore in macchina e mi tieni per mano passeggiando per Firenze, quando rientriamo in casa metti Ben Harper e il tempo si dilata, vuoi conoscere tutti, voglio farti conoscere tutti, scherzi, sorridi, mi stai sempre attaccato, ti sto sempre attaccata, mi baci mentre ballo ad un concerto, mi baci in una cella della scuola coranica, mi baci mentre sto ancora dormendo. Sei con me quando lavoro, quando dormo, quando mangio, sei con me e sei a 861 km da me e poi sei a 10745 km da me, vedi posti interessanti, hai tante cose da raccontarmi, foto da mostrarmi, desideri da riferirmi.
All’improvviso, sei dappertutto. Con me, anche quando sei lontanto da me.
All’improvviso, voglio che tu sia dappertutto, piccole briciole di te in ogni singolo minuto della mia vita, laddove avrei trovato invasiva la presenza di chiunque altro.