Venticinque minuti

Con movimenti del tutto impercettibili, inizia a svegliarsi.
È sabato mattina e ieri è stata una serata impegnativa, tanto impegnativa da dimenticare di chiudere completamente gli scuri della finestra e ora il sole giunge abbastanza prepotente sul suo guanciale, noncurante del cerchio alla testa, delle varie sostanze psicotrope probabilmente ancora in circolo, della necessità di ignorare che un’altra giornata è già lì, pronta per essere affrontata.
Apre piano gli occhi e racimola le forze per stiracchiarsi. Forse preparerà un caffè e cercherà di mettere un po’ di ordine tra i pensieri. C’era tantissima musica, ieri sera, e le sue gambe erano più slegate del solito.

Sì, ha bisogno di un caffè.

C’era musica e tantissima gente e lui ballava come se fosse posseduto, come se avesse la necessità di espellere, attraverso la danza morbida, tutto ciò che poco prima aveva introdotto nel proprio corpo. C’era tantissima gente, tante facce note, tranne una.

La cucina è un inferno di piatti da lavare, una circonvallazione di procrastinazione e pigrizia: trovare la moka si rivela un’impresa titanica. Mettere il caffè sul fuoco, invece, è un gesto quasi automatico, fattibile nella più totale inconsapevolezza.

Tra tutte quelle facce, facce note, facce poco interessanti, facce confuse, ce n’era una in particolare, ieri sera. Già, è vero! Ieri sera, tra l’1:22 e l’1:47, ha avuto la netta sensazione di essere innamorato. Una di quelle certezze solide nel ponte di inconsapevolezza che collega i giorni del weekend. Occhi chiusi, totalmente persa nella musica, ogni volta in cui si muoveva, i capelli accompagnavano dolcemente i suoi gesti; sono stati solo venticinque minuti, ma venticinque minuti di pura estasi. La persona giusta, la persona perfetta, era lì a portata di mano, pronta per accompagnarlo per tutta la vita. E poi cos’è successo?

Quant’accidenti è caldo questo caffè e poi perché sta pensando a quei venticinque minuti, ora?

È successo che quella ragazza avrà fatto qualcosa di sbagliato, è difficile da dire cosa di preciso, può essere un movimento meno sciolto così come un semplice starnuto. Qualcosa. Qualcosa che l’ha tradita, che ne ha mostrato la sua più difettosa umanità e allora lui ha continuato a ballare, a bere, ad ingerire altri ingredienti di felicità momentanea e poi è tornato a casa, sprofondando in un sonno senza sogni e quell’innamoramento, quei venticinque minuti, quella spinta interiore a cercarla con lo sguardo, a cercare un modo per rivolgerle la parola, tutto quanto era già svanito quando le palpebre si sono chiuse come un pesante sipario sulla serata di venerdì.

All’ultimo sorso di caffè, all’ultimo tiro di sigaretta, arriva alla conclusione che cose del genere gli capitano perché ha visto troppi film d’amore con le sue sorelle maggiori. Mentre, in realtà, se non esistono le persone perfette, allora non esiste neanche un amore possibile e quella è tutta una truffa di Hollywood, è una cosa alla quale scegliamo di credere nonostante siamo consapevoli di quanto sia improbabile. Come quando rientriamo in casa, siamo troppo fatti per chiudere le persiane e scegliamo di credere che saremo in grado di dormire lo stesso, oltre il sorgere del sole. E invece.

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Lost in December

Ottobre è stato, come al solito, un mese senza pietà.
Novembre è stata la solita ricerca di calore e di certezze, di serie tv da guardare in compagnia mangiando pop-corn e di sere nel fine settimana in cui ci si abbandona al sonno e alla vita domestica senza troppe riserve.
Gennaio, invece, si sta rivelando il mese della resa dei conti: un susseguirsi di giorni in cui valuti ciò che ti capita, le persone che ti circondano e ciò che dicono, ma anche i tuoi stessi pensieri e, per ogni elemento, inizi a pensare se vale la pena conservarlo o lasciarlo andare via, come un capo d’abbigliamento liso che occupa solo spazio nell’armadio.
Ma è di Dicembre che voglio parlare perché, almeno per una volta, di cose liete bisogna pur scrivere.
Dicembre che mi ha portata lontana da casa, lontana da tutti tranne una persona, mi ha insegnato due o tre cosette che spero di riuscire a ricordare almeno per il resto dell’anno.

Ho capito che, a volte, intrapendiamo delle strade nuove e mozzafiato accompagnandoci a persone che pensiamo diventeranno delle costanti, allontanandoci dai nostri rispettivi punti di partenza come se non dovessimo più farci ritorno, invece, per la maggior parte delle volte, non si tratta di cambi di direzione, ma di piccole deviazioni che la vita ci fa fare, spingendoci su sentieri intricati e divertentissimi, per poi farci tornare sempre e comunque nei luoghi e tra quelle persone che ci fanno sentire al riparo. E le costanti sono le vecchie costanti e forse siamo ormai troppo cresciuti per farcene delle nuove.

Ho imparato che quella persona con cui riesci a condividere tutto, ventiquattro ore su ventiquattro, è la persona veramente giusta solo se non smetterà di apparirti come una presenza sempre nuova, sempre da scoprire, sempre con la stessa fame.

Si è reso chiaro che certe volte perdonare è l’esercizio di pensiero più difficile che sia stato inventato e che, molto spesso, sia praticamente impossibile accettare di essere feriti dalla stessa persona che ci dona amore incondizionato. Ma ho anche imparato che, se riesco a perdonare me stessa nonostante le strategie sottilmente autosabotanti che da sempre attuo, allora posso perdonare anche gli altri. O fingere di farlo. O rassegnarmi all’esistenza della scala di grigi nel genere umano.

E, dunque, quella cosa che si dice, Perdersi è meraviglioso, forse è assolutamente vera. Perdersi tra strade inconsuete, sapendo di poter tornare sul percorso originario, perdere alcune costanti sapendo che, se sono costanti, riaffioreranno da qualche parte, perdere quelle che non sono costanti e l’attaccamento nei loro confronti, perdere qualsiasi difesa nei confronti di chi ci ama, nei confronti di chi amiamo…sì, è davvero meraviglioso.

Hugs’ Geometry

Prendete un pomeriggio d’autunno e i Lali Puna che girano in loop ed i raggi che prima foravano le persiane e che ora, pian piano, si arrendono al buio imposto dal tramonto. Prendete quella strana inclinazione che la vita assume in certe giornate in cui il giudizio e la volontà sono sospese a favore del solo principio di piacere.
È in pomeriggi come questi, sotto ai plaid troppo piccoli per più di una persona, che avviene la vera magia, l’unico vero incantesimo che il mondo sia capace di regalarci: la ferma consapevolezza che, nonostante la varietà della razza umana, nonostante le mille probabilità di non incontrarsi affatto, alle volte capita di ritrovarsi circondato proprio da quelle persone che ci fanno stare così bene da averci fatto pensare, in precedenza, che solo nella nostra mente avremmo potuto godere della loro presenza.
E invece, esistono. Guardate quei corpi abbandonati al sonno, cullati dalla sicurezza data dalla similarità, avvolti dalla totale assenza di aspettative gli uni verso gli altri. Guardateli prima che la stanza diventi totalmente buia e poi chissà, sotto quel plaid, poi chissà cosa succede. Guardate, per ora, la perfetta geometria degli abbracci.

Dei tramonti di mezza estate

Nella luce del tramonto, in un pomeriggio di metà luglio, molte verità che aveva dimenticato le tornarono alla mente. Cercava di guidare nonostante quel riflesso dorato che il sole le sparava negli occhi, l’abitacolo era sommerso di un rap italotunisino selezionato dal giovane suo passeggero, il telefono magicamente non squillava e quella coltre d’ansia dei giorni precedenti si era leggermente dissipata. Così, quasi come se fosse successo all’improvviso, come la perdita istantanea di una cataratta emotiva, ricominciò a guardare il mondo intorno a sé, quelli angoli che non le appartenevano e che erano portatori della bellezza intrinseca della voglia di vivere: due garzoni sull’uscio di una panetteria che chiacchieravano allegri e chissà cosa si dicevano, il sorriso di quel ciclista che le passava davanti, i bambini sul piazzale che davano gli ultimi calci al pallone prima dell’ora di cena, un bacio veloce tra due sconosciuti sulle strisce pedonali.Si sentì di nuovo immersa in un mondo promettente e non più minaccioso, un mondo in cui piccoli atti di grazia le apparivano nuovamente possibili, anche se aveva tanto lavoro da portare a termine, anche se il denaro scarseggiava più del solito, anche se l’accesso ad alcune stanze del passato le era ormai negato. Nonostante queste e altre minuscole note stonate che, per troppo tempo, le avevano procurato solo tristezza, adesso le appariva assai chiara la melodia di fondo di quella giornata e di quelle che sarebbero seguite. Una melodia di gratitudine per tutto ciò che aveva, per i pensieri che la sua mente continuava ad elaborare, per le persone che erano giunte da posti e tempi diversi per riempirle la vita d’amore. No, forse sarebbe iperbolico definirla felicità, la cosa che provava mentre guidava verso casa, ma era sicura che, se mai fosse possibile dare una definizione precisa di quel rompicapo che è l’essere felici, beh allora quello che provava in quel momento era qualcosa di molto, molto vicino. Per un giovedì pomeriggio, decise, tanto bastava per avviarsi sorridendo verso la fine della giornata. 

Parcheggiò, scese dall’auto e iniziò senza angoscia a pensare al tempo libero serale e a come impegnarlo.

In un giorno di luglio

Ero piccola, pallida, matricola, con una mamma ed un lavoro da segretaria, ero la caregiver di una tartaruga appena nata, col carapace ancora morbido, ero appassionata di caffè lungo e Lucky Strike, erano dieci anni fa. Era tutta un’altra storia.
Non conoscevo Wallace, non amavo Eggers, leggevo solo classici e ascoltavo solo punk e Belle&Sebastian, la vita mi si parava davanti come un lungo tappeto ricamato a mano, tutto arrotolato, del quale non riuscivo a cogliere misura, colori, decorazioni, nulla. Nutrivo ancora la ragionevole idea di poter fare tutto, di poter diventare tutto. E tra tutte le cose che sentivo di poter fare, tra tutte le mille possibilità che ero convinta la vita mi avrebbe regalato, mi è capitato questo strano giorno di luglio, quei giorni in cui c’è un prima ed un dopo, uno spartiacque dopo il quale è tutto diverso. Quello strano giorno di luglio e la nascita di ciò che io considero il mio primo amore da adulta, anche se adulta non ero e non immaginavo tutte le onde altissime contro le quali avrei nuotato negli anni a seguire, ma anche se ne fossi stata messa al corrente, forse, non avrei avuto paura. Ero un’altra persona, non ero ancora una persona completa. Ma quando ho ascoltato i Kills, quando mi sono stesa su quel letto, quando ho chiuso gli occhi, in quello strano giorno di luglio, sentivo di aver trovato il mio posto nel mondo.

Soundrack: The Kills – Kissy kissy

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