Quando inizia l’Estate

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Virginia Mori – Occhiali al vento

Nel piccolo borgo, una sera in cui l’estate era iniziata da tempo ma tu non te n’eri accorta, c’era musica e c’era gente che ballava e anche tu ballavi, nonostante la pendenza, le zeppe, l’alterazione, il quinto metatarso dolorante, il caldo. Sul terrazzo del castello, in quella sera d’estate, davanti a quel panorama mozzafiato di luci e casette addossate l’una all’altra, qualcuno metteva quel tipo di elettronica per la quale le gambe iniziano ad ondeggiare da sole; nel frattempo, giù in piazza, davanti a balconi derisi dal tempo e a marciapiedi solitamente calcati da ultraottuagenari, un dj di circa sedici anni, sorseggiando cocacola, metteva una techno pesantissima e gente giunta da tutta la provincia ballava aspettando l’alba; ballavi sul terrazzo del castello, ballavi davanti al parapetto antico che non era chiaro se avesse potuto reggere tutte le persone che vi si appoggiavano in cerca di riposo, ballavi per le scale strette che ti conducevano giù in piazza, dove continuavi a ballare, ballavi ed eri felice perché eri nel momento giusto nel posto giusto ma, allo stesso tempo, ti sentivi fuori dal tempo.
Ogni volta che il dolore diventava insopportabile, andavi a sederti su quelle panchine a sinistra del palco e qualcuno, devotamente, ti seguiva e, in silenzio, ti prendeva il piede, lo liberava dalla scarpa e lo massaggiava. E, sempre in silenzio, continuavate a guardare la gente che ballava, il dj minorenne, il centro storico di uno dei cento borghi più belli d’Italia, il cielo che man mano si schiariva e pensavate che sì, l’estate era iniziata. Proprio in quel momento. Sarebbe stata la vostra estate e niente e nessuno ve l’avrebbe rovinata.

Charlie

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Alessandro Baronciani

Carlotta, che tu amorevolmente chiamavi Charlie, aveva gli occhi che non erano solo dei bellissimi occhi, erano una cascata. E aveva un sorriso che non era solo un sorriso perfetto, era l’esito di interazioni tra traumi e gioie, era un sorriso resiliente. Quando si avvicinava a te, Carlotta, tu sentivi una vibrazione dietro la schiena che si interrompeva solo nel momento in cui la vicinanza era ormai stare attaccate e lei chiudeva gli occhi e ti baciava sul lato sinistro delle labbra, su quel tratto di pelle che ti si increspava quando le sorridevi di rimando. E lo faceva con una naturalezza, con dei movimenti così morbidi, che tutti gli altri intorno sembravano non farci caso. Quella tenerezza non poneva interrogativi, non sollevava dubbi; quella tenerezza e quella tensione sessuale semplicemente c’erano e solo chi era interessato ne prendeva atto.

Non è che ti abbia fatto mai venire dei dubbi, Carlotta, perché a te non sono mai piaciute le donne o gli uomini in quanto tali, a te sono sempre piaciute le persone e lei ti è piaciuta dal primo istante, da quando hai capito che, dalle discussioni di gruppo, lei riusciva a svincolarsi con un umorismo sbilenco che faceva ridere solo te. E lei. Da quando eravate nel Paese delle Meraviglie, tu la pozione e lei il pasticcino, e vi siete cercate per ore e, per ore, avete parlato degli uomini che vi hanno ferite e di quelli che sono scivolati via senza troppo clamore. Da quando quella sera, al buio, mentre tutti ballavano, tu le davi le spalle e lei su quelle spalle faceva scorrere le sue mani per un massaggio che hai calcolato sia durato ben tre canzoni e lì, senza parlarvi e senza guardarvi, vi siete dette tutto ciò che vi passava per la testa ed eravate d’accordo.

All’epoca, ancora non sapevi come sarebbero andate le cose, sapevi solo che il tempo passato insieme a lei era più denso e più dolce e questo bastava a renderti migliore la vita.

Marcate mancanze

Ero al cinema, il film era gradevole, ma l’unica cosa che mi ronzava nel cervello era il fortissimo disagio nel voler fare dei commenti che tu e soltanto tu avresti capito e, contemporaneamente, constatare la tua assenza nella poltrona accanto alla mia.
Invece ti ho dato per scontato, ti ho amato, ti ho mandato via, ti ho svalutato, ti ho ritrovato. Sfortunatamente non in quest’ordine.
Ora è primavera, le giornate lunghe, le pause pranzo al mare, l’aria calda anche di sera, non hanno lo stesso peso senza di te.
Come amavi ricordarmi con Billie Holiday, it’s too easy to blame the weather.

Puntinismo orizzontale

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• Un po’ di nervosismo, un fiume di vodka, salti troppo alti, un metatarso rotto. Anno bisesto anno funesto? Forse. Guardi il gesso e pensi “È colpa mia, è colpa mia, cazzo, è colpa mia”. Poi qualcuno ti fa notare che è sbagliato pensare che la vita punisca; la vita, tutt’alpiù, dà opportunità. Guardi il gesso e pensi che puoi scegliere di pensare che sia una punizione, che sia un ostacolo o che sia una chance di passare più tempo con te, di re-innamorarti di te.

• Passi interi pomeriggi con la tua amica di infanzia, come quando eravate in seconda elementare. Insieme avete imparato a giocare a nascondino, a campana, a fumare, a lasciarvi andare allo scorrere degli eventi, a fare progetti bellissimi e forse inattuabili. Ti scatta una foto in cui sei triste e dice che è una bella foto perché solo lei sa quanto l’immanenza della tua tristezza non possa intaccare la tua pervasiva ed amara gioia di vivere.

• Nello spazio ristretto della tua mansarda, vengono a trovarti emozioni nuove, cose che non sapevi neanche di poter provare perché, in ventinove anni di vita ed altre facezie, non ti era mai venuto in mente di spostarti on the sunny side of the street.

• Poi una sera esci, aspetti che il barista ti prepari da bere, e inizi a ballare da sola, muovendo le stampelle perfettamente a tempo e lui, porgendoti il drink, ti invita a fare attenzione. Ma nel frattempo qualcuno ti ha preso in braccio ed è la versione senza barriere architettoniche di Dirty Dancing. E tu ridi e tutti ridono e la vita sembra così facile e leggiadra da farti quasi paura.

• “Certe relazioni sono come gli orologi. Ne puoi anche comprare uno nuovo, che funziona meglio e che ti piace molto di più. Ma tu ci metterai comunque un bel po’ ad abituarti perché ormai eri, in un certo senso, persino affezionata al peso dell’altro”. Amiche sagge vengono a stendersi sul tuo letto e a snocciolare le loro teorie e tu ti senti come il protagonista di Great Jones Street: immobile mentre il mondo, nel suo convulso girare, confluisce anche a casa tua, a renderti partecipe del caso dal quale, momentaneamente, ti sei preso una pausa.

• “Hai presente quando questa sconsiderata paura dei sentimenti, ti spinge alla ricerca di relazioni vuote che poi riempi col sesso?” Altre amiche, altre teorie.

• Il conto alla rovescia è terminato, febbraio è passato, sta per iniziare il tuo ultimo anno del ventennio, fuori il tempo è volubile e tu, con tanta musica doo wop in sottofondo, apri la finestra e respiri aria nuova.

L’inizio di un Amore

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Era pomeriggio e la luce dello stretto illuminava di traverso la tua stanza, il parquet lucido, la libreria e tutti gli oggetti che avevi disposto con una maniacalità così sincera che sembravano finiti lì dentro per caso.
Ogni volta in cui mi aggiravo tra le tue cose, lo facevo con lo spirito di un bambino che rovista tra gli effetti personali dei fratelli più grandi: sorpresa, curiosità, fame, non saprei bene quale parola usare per descrivere quella spinta che sentivo dentro*.
Guardavo i tuoi libri: io avevo letto millemila classici, ma i tuoi libri! Dio, avevano sempre titoli così interessanti e dorsi così vissuti e consumati.
– Diario di un’idiota emotiva…com’è?
– Non male. Abbastanza divertente
– Uhm, te lo riporto tra un mese. E Brevi interviste con uomini schifosi?
– Beh, quello sì!
Ricordo bene quel pomeriggio, come si ricorda la prima volta in cui incroci lo sguardo di una persona che sai già di non poter fare a meno di amare per lungo tempo. Portai con me anche quel secondo libro, lo portai con me in vacanza a Palma e mi sembrava bellissimo che uno scrittore così bravo fosse ancora vivo. Ancora vivo! Te lo ripetevo di continuo, in quelle chiamate in roaming troppo costose. Poi, insomma, tutti sanno che è rimasto vivo ancora per pochi mesi e che, per le pieghe tristi che la vita inizia a prendere, anche la tua stanza diventò una frequentazione sempre più rara. Ma oggi, guardo The end of the tour, mi emoziono per tutte le belle idee che possano esser passate per la testa di uno scrittore che amo e, quando arrivano i titoli di coda, io penso a te. Alla tua casa al quinto piano. A tutti i luoghi che ormai non ci sono più. E penso che solo un certo tipo di bellezza possa sopravvivere alle distruzioni della vita quotidiana.

*So bene, però, quanto quella stanza abbia contribuito a costruire i miei gusti attuali, so bene tutte le cose che ho iniziato ad amare, proprio mentre camminavo avanti e indietro a piedi nudi tra quelle mura. Potrei ringraziarti per Wim Wenders, per un certo tipo di fotografia, per avermi insegnato a fare le liste, per la Liguria, per i silenzi e le amache, per i profumi e per i formaggi; potrei attribuire a te i brividi che ancora mi vengono quando metto su White Light/White Heat o il piacere che provo…insomma, so che sai tutto.

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