Lettera di autoAmore

Salpare privo di zavorre,
con le vele gonfie di poesia
(Brizzi per Numero6)

Voi non mi parlate di tramonti sul mare in solitudine, di libri che sperate non finiscano mai, di tangenziali notturne in compagnia di musica minimalista. Voi non avete visto una persona dissolversi lentamente, trasformarsi da titano a cariatide arrugginita nel giro di diciotto mesi, non avete ballato in spiaggia anche se eravate tristi. Voi non avete passato una notte in bianco per guardare due volte di seguito L’Arte del sogno e non avete neanche cercato, per una città sconosciuta, una via che portava il nome di una vita alla quale, inspiegabilmente, vi sentite molto simili. Voi non avete indossato, quella sera, quella gonna a ruota che vi alleggeriva di tutte le preoccupazioni e non avete volteggiato su note sconosciute lasciandovi trascinare dalle novità. Voi non vi svegliate la mattina con la sola voglia di infilarvi sotto un getto di acqua bollente, prima ancora del caffè, prima ancora di realizzare di essere ancora vive. Voi non riuscite ad ammettere che ciò che avete sognato per il vostro futuro ha, in realtà, dei contorni imperfetti, dei colori sgranati. Voi peccate di superficialità, care mie: siete ciò dalle quali ho sempre cercato di distaccarmi, ma siete anche le parti di me che mi salvano in periodi come questi, quelle parti che cerco sempre di nascondere almeno un po’ e che, invece, mi sollevano dal peso di tutto ciò che non mi piace e che non posso cambiare.
Bentornate a farmi compagnia perché, questo periodo confuso, in cui le navi stanche di burrasca rientrano nel porto, questo periodo è tutto e solo vostro.

L’optimisme

Cosa dovrei dirvi, cari miei. Non ci siamo visti per mesi, sentiti per settimane, abbiamo perso stralci della vita degli altri in cui sono stati cambiati i progetti, le città, i partner, i vizi; abbiamo mancato appuntamenti ed ignorato messaggi e stasera fa troppo freddo e c’è troppa gente e io sono in uno stralcio di vita abbastanza confuso e non so cosa vi passi per la testa ultimamente, ma ridiamo come sempre anche se io ho una faccia strana e nelle foto vengo triste. Cosa dovrei dirvi, se non che vi vorrei qui accanto a me vita natural durante per raccontarvi che raggiungo picchi di felicità inimmaginabile, di quella felicità che non puoi renderla in parole a distanza di tempo, anche se a volte mi rintano nell’antro buio del dubbio. Ma sì, cari miei, sono comunque felice, nonostante tutto, perché sento un mondo che gira intorno a me ed un flusso continuo di eventi dal quale, ora, posso scegliere se farmi trascinare o meno.
Ho rivalutato, miei carissimi amici, la tenerezza e la grazia di accettare persone che prima non tolleravo e ascolto tutti, o quasi, con rinnovato interesse; passo almeno un’ora al giorno in compagnia di un bambino, ballo mentre sfaccendo per casa e al mattino bevo la spremuta delle mie arance. Forse non sarò diventata propriamente salutista, potreste farmi notare, ma il mal di testa è andato via già da un po’ e io mi sento appena nata.
E questo, miei fidi compagni, è il flusso di pensieri che vi dedico per il nuovo anno. Perché so che ci sarete, sempre, a sprazzi irregolari, ma sempre. E io, per una volta, mi sono resa conto che di certezze basta averne poche, purché siano granitiche.

Degli amori e dei caffé

Mi capita, per mesi, di non innamorarmi di un nuovo film.
Poi mi ritrovo in una Berlino in bianco e nero e Niko trova difficile reperire un caffè, tanto quanto capire cosa fare della propria vita, ma nel frattempo beve, fuma, osserva il vicino depresso e ascolta degli anziani che gli trasmettono un calore arcaico e sconosciuto. E riconosco subito un nuovo amore, perché è questo il tipo di cinema che mi piace davvero.
Oh Boy

Oh Boy - Un caffè a Berlino

Oh Boy – Un caffè a Berlino

 

L’acqua di Settembre

L’acqua è fresca, pulita. Acqua di Settembre, libera dal sovraffollamento turistico e da tutte le untuosità dei palestrati dediti agli abbronzanti. Mi ci tuffo cercando refrigerio, apprezzando quella limpidezza che non riesco a trovare, in ugual misura, nei giorni che si susseguono. Mi guardo intorno, ti vedo avanzare infreddolito, poi ti tuffi anche tu e mi spunti vicino e i tuoi occhi verdi sono più verdi ed i tuoi denti bianchi, ancora più bianchi.

L’acqua cade a scrosci, fa risuonare la città di tintinnii e piccoli splash e glup e splat e non pensavo nemmeno che una città come la nostra, dormiente, potesse creare delle armonie così complesse. Corriamo e urliamo, sotto quell’acqua. Si infila dappertutto, creando chiazze sui jeans e pozzanghere negli anfibi. Poi quando riusciamo ad entrare in casa siamo fradici di buonumore, già nudi nel bel mezzo dell’ingresso. E le tue spalle protettive sono ancora più protettive e le tue gambe agili, ancora più agili.

L’acqua è dissetante ed è l’unico bene ingeribile presente in casa. Siamo spalmati sul divano, ci passiamo la bottiglia come se contenesse un elisir di lunga vita, passiamo il tempo a fare cose insieme senza neanche il bisogno di guardarci, passiamo insieme quest’ennesimo pomeriggio, come se fosse il primo. Ed il tuo corpo caldo accanto al mio è più caldo ed il tuo respiro calmo, ancora più calmo.

E non fa niente se l’estate è finita, il weekend finito, il cibo finito, non fa niente se tutto quello che ci resta ora, di questi ultimi due giorni, è solo acqua. È trasparente, fresca, pulita. Come noi.

Quando c’era Irene

Sai che è tanto tempo che non ti parlo eppure avrei tante cose da raccontarti? Il punto è che tu non ci sei mai. Ritorno all’Amore e tu non ci sei, scelgo di dare una svolta a ciò che vorrei fare e tu non ci sei, compro un paio di scarpe nuove e, niente, non ci sei neanche in questi momenti di splendida superficialità.
Sai che ancora non mi sono abituata a questa situazione in cui mi succedono le cose e tu non ci sei? Sai che, per esempio, alla terza boccata di fumo, ogni volta, mi viene voglia di riguardare quel video in cui fumiamo di nascosto da papà, in giardino, ed il cielo ha quella strana sfumatura rossastra?
Papà adesso se ne andrà a Caracas ed in famiglia è nato un nuovo uomo che cresce a vista d’occhio e ormai qui ho bisogno delle quote rosa, mentre quando c’eri tu questi problemi non esistevano affatto. Quando c’eri tu mi infastidiva arrivare in ritardo per cena o non avere credito telefonico per darti un bell’aggiornamento, quando c’eri tu facevo sempre la cosa giusta e, se era quella sbagliata, c’eri tu e potevo parlarne.
Ma quando c’eri tu, era tanto tempo fa, non mi capitava di pensarti così intensamente dopo tre spritz, come ora, quando c’eri tu. Quando c’eri tu. Quando c’eri? Ho dimenticato la tua voce e, presto, dimenticherò le tue espressioni; rincorro invano il tuo ricordo, Irene, e non so più discernere tra memoria e idealizzazione e tra poco saranno tre anni, ma a me sembra un’eternità, perché quando c’eri tu era tutta un’altra vita e non sono sicura che questa mi piaccia abbastanza.

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