Starting point

Quella carta da imballaggio sembrava nascondere un’ingombrante chitarra, forse un’acustica a dodici corde suonata pochissime volte, ma quando appoggiò il pacco sul tavolino del soggiorno, si rese conto che la cosa veramente singolare erano tutte le righe scritte sul retro con un pennarello a punta tonda.

Non iniziare a leggere prima di mettere play a L-O-V-E , diceva il primo rigo. Obbedì, quindi si sentì libero di proseguire.

Voglio andare in giro per la città, all’alba, con te, parlando di qualsiasi cosa tu abbia voglia di raccontarmi. Voglio perdermi tra strade che non conosciamo bene, mentre il cielo si schiarisce, i lampioni si spengono e i rumori iniziano a moltiplicarsi. Voglio sfruttare un semaforo pedonale rosso per continuare a seguire il tuo discorso guardandoti negli occhi e soppesare il modo in cui tu guardi nei miei. Conosciamo troppo bene gli occhi l’uno dell’altra per stupirci nel trovare determinate risposte, ma ad ogni secondo passato coi miei occhi fissi sui tuoi occhi, corrisponde sempre e comunque un’alterazione esponenziale delle mie funzioni fisiche basilari. Poi scatterà il verde e tu avrai concluso un racconto e io voglio camminare al tuo fianco in silenzio, sentire i nostri passi coordinati e sapere che, per ogni tuo passo, io dovrò farne almeno due veloci, per continuare a starti vicina, ma posso accettare lo sforzo, ne sono sicura. Voglio sapere che quel silenzio è pregno di tutte le cose che abbiamo vissuto, da soli o insieme, e che, in modi che mi sono del tutto sconosciuti, abbiamo una lunga storia da raccontarci, in quel silenzio. Voglio arrivare al punto in cui, se non riusciamo a salutarci, invece di fare come al solito e dirci la bugia che ci rivedremo per un altro saluto, ecco, se non riusciamo a salutarci, io voglio restare ancora un po’ con te, accendere un’altra sigaretta e fregarmene delle poche ore di sonno che mi aspettano. Voglio andare, con te, al concerto che mai riuscimmo a vedere e che è stato più importante di un concerto visto; voglio andare con te a quel concerto, sapendo che ora è il Tempo giusto. Voglio, infine, addormentarmi sentendo il tuo profumo complicato, ascoltando i piccoli rumori  che farai passando le dita sulle corde di una chitarra, sulla chitarra che hai tra le mani, ora, e che avrei voluto regalarti anni fa. Voglio avere fogli bianchi da riempire dei nostri giorni e voglio che tu abbia abbastanza metallo per poterli musicare, quei giorni. Voglio sapere che ci sarai, anche quando non ci sarai e, anche quando non ci sarai, io ci sarò.

Soppesò quell’enorme regalo, riguardò tutte quelle righe, ma senza rileggerle. Le riguardò come una parete affrescata nel corso di tanti anni, troppi anni da poter gestire, così all’improvviso, in pochi giorni. Quindi mise tutto da parte e tornò alla lettura dei suoi articoli. Gli sembrò di sentire, giù in strada, una risata in lontananza, la sua risata, quella in cui solitamente strizza gli occhi; gli venne in mente una melodia e decise di partire da quella, per il momento.

Un titolo semplice, ma impronunciabile

First time that I saw you
Teeth squeezed my lips
And I thought I’d die without you
But you’re here and it’s clear that it’s
Just a state of mind, running through the times
Keeping us alive
Just a state of mind, keeping us in line
Before we take a dive
(Graham Coxon – Just a state of mind)

Una cosa è certa: di storie ne hai raccontate a bizzeffe. Storie vere o solo desiderate, affidate alla tastiera o all’orecchio degli amici o all’oblio del tuo cervello. Le storie non sono mai state poche, da tanti anni a questa parte. Ma la storia più bella che tu abbia mai raccontato è venuta fuori dalla tua bocca con una venatura di alcool sul tuo alito, mentre eri su un marciapiede di una città enorme che sembrava poter coprire le tue parole, poi seduta sul bracciolo di una poltrona, tra le pareti gonfie di musica; eri, prima in piedi e poi seduta, con lo sguardo totalmente fisso verso il tuo interlocutore e gli raccontavi di quindici anni, di quindici lunghi anni che avete vissuto insieme, anche se non sempre fisicamente insieme, gli hai raccontato tutto il film che hai visto con i tuoi occhi: hai voluto raccontargli dell’emozione per l’acquisto di un paio di biglietti, di tutto il tempo che passavi con altre persone ma che avresti voluto passare con lui, di quella volta che era notte e tu non volevi mettere in moto e andare via. E ad ogni dettaglio, ad ogni sfumatura, ti faceva eco un “Era esattamente così anche per me”. Poi ti è stata raccontata la storia di Don’t go away e di quella vicinanza che c’era e facevate finta di non vedere, ti è stato raccontato di un allontanamento quasi forzato e di tanti, troppi pensieri a riguardo. Erano storie che conoscevi bene da tempo, ma da tempo ignoravi il fatto che fossero narrazioni condivise e non una tua opera originale. “Quando sono vicina a te, mi ricordo ciò che mi piace davvero” senti la tua voce e senti di non poterla controllare. È una storia che non sai dire se sia triste o felice perché racconti di un angolo in cui tieni un’idea, la cosa che più ti fa emozionare, e non sai dire se è attuale, passata o senza tempo. Perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane. Quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire, così spaventosa tanto è enorme rispetto a te e sedimentata nella tua vita come l’unico tassello in oro di un grande mosaico, quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire non è venuta in mente solo a te, è incantevole e durevole perché ci avete lavorato in due, in silenzio, senza dire nulla sull’enorme elefante che era seduto tra voi mentre provavate ad essere buoni amici. E adesso punto fermo e si va a capo per un nuovo capitolo dal genere totalmente sconosciuto.

Don’t fear the break up!

Qualcuno mi regalò un libro riguardante gli oggetti rimasti dopo una storia d’amore finita: un finto catalogo d’asta con le didascalie, sotto la foto di ogni oggetto, che ti accompagnavano lungo le soprese dell’innamoramento e della rottura.
I nostri oggetti, invece, ce li siamo scambiati in delle buste sgualcite: hai ammucchiato i miei con rancore, ho stirato i tuoi con malinconia e senso di colpa. Ce li siamo scambiati in un parcheggio sotterraneo, nel quale poi ho pianto senza essere sentita da nessuno, parcheggio dal quale sei andato via senza neanche salutarmi.Poi, terminate le lacrime e stanca dei singhiozzi, ho pensato che non si può mettere la poesia dove non vi è mai stata perché quello che abbiamo scambiato, mai contemporaneamente, per Amore era solo un fraintendimento, una svista. Ma alla fine, stanca anche del senno di poi, ho individuato due momenti molto poetici: quello in cui eravamo stesi sulla sabbia e io provavo a mandare tutto a rotoli, cercando di baciarti, e tu cercavi di preservare tutto, allontanandomi; ed il momento prima di scendere in quel parcheggio sotterraneo, nella sala centrale della biblioteca, quando potevo vedere il mio vestito bordeaux muoversi per via del batticuore.
Ciao.

Degli amori non detti

– Se Luca dice di andare dalla spiaggia, noi andiamo dalla parte opposta.

Si dice in giro che abbiano corso nel buio e nel totale silenzio, ad eccezione dei loro vestiti voluminosi e fruscianti di organza e nastrini; a quanto pare il richiamo della musica e della gente che si divertiva, oltre quella staccionata alta, in riva al mare, era così forte da non temere il salto, l’altezza, la security con le ricetrasmittenti, la diffidenza di tutti gli altri. Saltare, si dice in giro, è più facile di quello che hanno poi raccontato ai loro amici per evitare di portarseli dietro, la sera successiva; così come mimettizzarsi tra la gente che ballava diligentemente pare sia stato molto più semplice di quanto facciano credere. Qualcuno sostiene persino di aver visto due ragazze sorridenti, di una bellezza d’altri tempi, nelle loro gonne ingombranti, baciarsi dolcemente sulla passerella di legno all’entrata, ognuna che carezzava la guancia dell’altra, mentre si annusavano il collo a vicenda. Un tripudio di vaniglia e tabacco, coriandolo e sandalo e pimento, dettagli che gli estranei non possono conoscere. Le ragazze non si esprimono: confermano di aver ballato con tutti gli uomini presenti sulla pista e di aver bevuto in solitudine, in riva al mare, guardando il sole rubare il posto alla luna, ma nulla di più. Nessuna delle due parla di quella gloriosa entrata in scena, della moltiplicazione del calore dei loro corpi, degli sguardi curiosi provenienti da tutte le direzioni. E non ne parlano perché, in un periodo storico in cui tutti condividono tutto, la gioia di un viaggio, l’entusiasmo per un piatto di spaghetti allo scoglio, la disperazione per la perdita di un parente, in un’epoca in cui le loro amiche pubblicano foto in cui allattano i figli, in cui i loro ex postano decine di foto nella stessa posa plastica, in cui è semplice ricostruire anche la vita di un estraneo, in un momento storico del genere, loro hanno riscoperto quanto sia bello tenersi un piacere tutto per sé e per la persona che si ama, il piacere di quei baci, di quelle carezze, di quei messaggi nascosti.
Si scambiano gli accessori per capelli, le mollette a forma di rosa e le fasce di raso, si buttano nella mischia, poi alle otto del mattino si salutano prima di andare a dormire, una andrà via e l’altra resterà ancora qualche giorno. Il loro piccolo viaggio è finito, ma quello più lungo e più importante è appena iniziato.

– Ho cercato tra i prodotti da bagno, invano, il tuo biglietto, poi quando mi sono arresa, l’ho trovato tra le rose e i foulard.

Quando inizia l’Estate

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Virginia Mori – Occhiali al vento

Nel piccolo borgo, una sera in cui l’estate era iniziata da tempo ma tu non te n’eri accorta, c’era musica e c’era gente che ballava e anche tu ballavi, nonostante la pendenza, le zeppe, l’alterazione, il quinto metatarso dolorante, il caldo. Sul terrazzo del castello, in quella sera d’estate, davanti a quel panorama mozzafiato di luci e casette addossate l’una all’altra, qualcuno metteva quel tipo di elettronica per la quale le gambe iniziano ad ondeggiare da sole; nel frattempo, giù in piazza, davanti a balconi derisi dal tempo e a marciapiedi solitamente calcati da ultraottuagenari, un dj di circa sedici anni, sorseggiando cocacola, metteva una techno pesantissima e gente giunta da tutta la provincia ballava aspettando l’alba; ballavi sul terrazzo del castello, ballavi davanti al parapetto antico che non era chiaro se avesse potuto reggere tutte le persone che vi si appoggiavano in cerca di riposo, ballavi per le scale strette che ti conducevano giù in piazza, dove continuavi a ballare, ballavi ed eri felice perché eri nel momento giusto nel posto giusto ma, allo stesso tempo, ti sentivi fuori dal tempo.
Ogni volta che il dolore diventava insopportabile, andavi a sederti su quelle panchine a sinistra del palco e qualcuno, devotamente, ti seguiva e, in silenzio, ti prendeva il piede, lo liberava dalla scarpa e lo massaggiava. E, sempre in silenzio, continuavate a guardare la gente che ballava, il dj minorenne, il centro storico di uno dei cento borghi più belli d’Italia, il cielo che man mano si schiariva e pensavate che sì, l’estate era iniziata. Proprio in quel momento. Sarebbe stata la vostra estate e niente e nessuno ve l’avrebbe rovinata.