Aborti di femminilità. Trionfi di desolazione.

Da una finestra aperta si vedeva nitidamente una cucina illuminata ed una donna, in piedi con una scopa in mano, che fissava il vuoto delle piastrelle ingiallite dal tempo, dalla pigrizia, dalle speranze tradite. Era mezzanotte ed il ticchettìo dell’orologio, posto al centro della parete frontale, borbottando ricordava che la noia impedisce di sentirsi sufficientemente sereni con se stessi per andare a dormire.
Pochi denti nel cavo orale. Troppe solide e false convinzioni sul complotto universale contro la sua persona.
Cercava un contatto umano, credo. Seppur attraverso lo scontro. Nessuno le rispose, mentre vomitava le proprie insoddisfazioni, le proprie acide pretese di felicità.

Il mascara era nella tasca destra, il rossetto in quella sinistra. Rubava femminilità ad un ipermercato sterile, forse perché stentava a riconoscersi nella parete a specchio che divideva il reparto bricolage da quello del make-up.
La scena, vista nei monitor delle telecamere a circuito chiuso, era decisamente più patetica. Tanto che i vigilanti decisero di lasciarla in pace, nonostante fremessero da mesi per mettere in pratica quello che avevano imparato al corso di formazione.
Nessun allarme suonò, lei uscì afflitta da quel mondo incantato di vetrine e luci colorate e musica melodica.
Nel silenzio del bagno, immaginò di prepararsi per una festa. Aveva calcato un pò la mano col rossetto, ma le ciglia erano lunghe e nere, erano perfette.
Suo marito le avrebbe fatto i complimenti, avrebbe elogiato la sua bellezza, se solo i suoi occhi non fossero stati rapiti dalla tv, appena rientrato a casa. le avrebbe detto che era bella come quella volta che si sporcò la gonna nuova col gelato alla fragola e i capelli le ricadevano sulle spalle, mentre cercava di ripulirla. Lo avrebbe fatto, ne era sicura.

Dalla finestra aperta, la donna intravide la ragazza che, in parte, si mimetizzava con lo squallore di quella strada di periferia. Solo gli occhi sembravano distaccarsi con classe da quello scenario. Erano occhi tanto grandi da mettere quasi in imbarazzo chiunque avesse la pretessa di affrontarli a viso aperto.Le labbra erano piccole e tristi, quasi solo un bozzetto. Ma gli occhi non si accontentavano di descrizioni umane.Fumava in modo vistoso. Ma lo faceva senza porvi attenzione. Il movimento di portare la sigaretta alle labbra era quasi una cornice alla sua profonda concentrazione.
Le due avevano convissuto per nove mesi. E forse fu proprio il disgusto che questo pensiero le provocò, ad indurre la ragazza a muoversi dalla sua posizione, con un movimento brusco, non prima di aver schicciato per bene la sigaretta sotto gli stivali neri, macchiati d’infanzia.

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2 thoughts on “Aborti di femminilità. Trionfi di desolazione.

  1. pipperolosmilzo ha detto:

    Sento puzza di zio Bukowski.

  2. FrancesGlass ha detto:

    Mmm mi sa che ti sbagli..perché Bukowski non rientra nelle mie simpatie (oggi voglio essere clemente!!)

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