Sweet, cruel light

Scappo a gambe levate, solitamente, quando qualcuno inizia a fare discorsi romantici partendo dalla luce lunare (o meglio, dalla luce solare riflessa dalla luna…e vederla così, la rende già molto molto meno interessante). Non mi piace associare i miei sentimenti a questi clichet, non mi piace fare in modo che un semplice elemento naturale diventi il medium delle mie percezioni.
Ma stasera tornavo a casa a piedi.
La piazza del mio paesetto (rimessa a nuovo perché l’ultracentenario sindaco fascistoide voleva ottenere, per questo buco nel mondo, la definizione di "città d’arte") era praticamente isolata: il tempo instabile della primavera, l’umidità e forse anche qualche fiction in tv avevano fatto ritirare nelle proprie tane quei quattro o cinque vecchietti superstiti che, seduti a quelli squallidi tavolini di plastica del bar, giocano a Scopa e bevono Dreher ad orario continuato, ogni giorno. Ci puoi giurare, loro sono sempre lì. Avrei continuato a credere che fossero stati assunti come pilastri portanti di tutta la piazza se non li avessi visti cedere, col passare degli anni, sotto i contraccolpi della cirrosi, di ictus e cancri vari ed eventuali.
Non so per quale strana ragione, ma stasera la piazza era vuota.
Il castello, la statua del santo protettore, la chiesa erano illumintati a festa, come sempre. Ma sentivo l’eco del rumore dei miei passi. E camminare era diventata quell’azione meccanica che mi avrebbe condotta da casa di mia sorella a casa mia, senza quei divertenti intermezzi di ragazzini che urlano, di parcheggi selvaggi, di saluti allusivi al diacono gay, ai quali assisto ogni giorno, da vent’anni.
Ho alzato un attimo lo sguardo per distrarmi dalla rabbia di avere a che fare, ormai, con un lettore mp3 difettoso e la vedo. Stupenda. Luminosa.
Una luna bellissima. E mi dà anche fastidio ammetterlo, come se facendolo dessi ragione alla tradizione dei poeti romantici, venendo meno al mio istinto nichilista.
Fatto sta che la luna che stasera troneggiava su quella piazza deserta era il massimo che avessi potuto augurarmi di vedere, questa mattina, quando sono stata svegliata dal fruttivendolo ambulante che proclamava a gran voce, proprio sotto la mia finestra, la convenienza di acquistare due chili di banane al posto di uno.
La luna mi ha fatto venire l’insana voglia di scrivere queste facezie. Ma prima ho recuperato il telefono dal fondo della mia borsa e ho composto un numero che credevo di aver dimenticato e, invece, m’è saltato in mente all’improvviso.

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6 thoughts on “Sweet, cruel light

  1. SunOfYork ha detto:

    tempo fa lo dissi anche io. certi giorni essere cinici diventa incredibilmente difficile.
    per fortuna dura poco, sennò staremmo tutti a sdilinquirci davanti a un cielo stellato.
    ti linko se per te va bene,
    così torno a rileggerti
    ciao
    a.

  2. utente anonimo ha detto:

    Spero vada tutto bene =)
    un saluto senza testa =)
    con demenza, teo LSC

  3. TheLegs ha detto:

    Io sapevo anche nel Cosmopolitan… ok, vai di lucchetto, poi andiamo sul ponte Milvio e, dopo averlo attaccato alla catena, ci mettiamo pure un po’ d’Attak così si va sul sicuro (tutto questo è raccapricciante).

  4. s0phi3 ha detto:

    mancava solo l’orchestrina che intonava blue moon 😉

  5. ilbaroneb ha detto:

    …….resto del parere che se fosse tutto in bianco e nero, sarebbe meglio…

  6. ABS ha detto:

    In effetti i vari cliché bucolici sono abbastanza penosi, non so perché mi vengono in mente quindicenni che scrivono con stile ottecentesco, esaltando campi, lune, ecc. che non hanno mai vissuto o assaporato o capito fino in fondo. Zappa la terra, alleva le api, cerca di stabilire veramente un rapporto con la terra, con la Luna, e poi vomita la tua poesiola, direi io a costoro.

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