#10 Ines

"Ines, mica devi fare la cantante!"
Gli anni Sessanta volgevano al termine e mentre il mondo sussultava di nuovi fermenti, il viso di mia nonna si contorceva in una paresi che sarebbe poi diventata il ricordo principale, riconducibile a quegli anni, di mia madre e dei suoi fratelli.
Era il tempo in cui le giovani donne rivendicavano il loro genere sessuale, mio padre calcava le prime strade svedesi e ancora mi racconta senza freno di tutti quei giovani uomini picchiati negli angoli più bui da orde di seducenti donzelle incazzate. Le nuvole barocche di De André tagliavano i cieli di Genova e Armostrong compiva, forse davvero forse per finta, quel grande balzo per l’umanità e Jan Palach illuminava i cieli di Praga con l’ardere della sua carne, mentre sui cieli di questo paesino che, sulla carta, lo perdi in un attimo e non lo ritrovi più, non succedeva niente di nuovo: il sole continuava ad alternarsi con la luna, come ormai faceva da un bel po’ di tempo, ogni tanto pioveva, ogni tanto la cappa grigiastra di calore tropicale dava già le prime avvisaglie del fatto che qualcosa non andasse proprio nel verso giusto. Ma niente. Niente di niente. La storia qui non arrivava: era come un’amante infedele che cercava conforto e perdono ma che veniva puntualmente messa alla porta senza pietà.
A mia nonna il labbro destro le si era stirato in una smorfia, un ghigno che qualcuno avrebbe poi osato definire quasi malefico, senza una ragione precisa. Paresi, dissero e non addussero cause. Fisioterapia, dissero, è di questo che c’è bisogno.
Era il tempo in cui i medici erano troppo distratti dalla fama conquistata tra la gente del paese. Il tempo in cui si era capaci di fare terapia sul lato sano del viso, ignorando del tutto quello malato. Un tempo che non se n’è mai andato via del tutto, sono passati quasi quarant’anni e mi sembra di sentire le lamentele di mia nonna al medico, di coro alle lamentele di qualsiasi anziano che si aggira imperterrito su queste strade lastricate, ricondotte agli antichi fasti da un signorotto di paese decisamente presuntuoso.
"Ines, mica devi fare la cantante!". Questo rispose il medico a mia nonna mentre si affrettava a chiudere l’ambulatorio per andare al circolo cittadino per una briscola. Ed effettivamente erano tempi in cui, pur avendo un’ugola mirabile, non si sarebbe riusciti a vedere le luci della ribalta neanche col cannocchiale.

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