#7 Alberto

La testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì.
A che pensi? – gli chiede la madre, senza neanche voltarsi, assuefatta ed un po’ rasserenata dall’idea che suo figlio non parlerà più, non camminerà più, non vivrà più e non le lascerà più vivere quella vita misera di lamentele e perbenismo.
Alza un po’ il volume della tv perché sulla rai stanno spiegando come si fanno i bucatini alla caruso, alza la tv perché se anche Alberto iniziasse a sibilare qualcosa lei preferirebbe non sentirlo affatto.
E Alberto potrebbe usare la lavagna con le lettere e i disegni e indicare la pioggia, l’automobilina rossa, i bimbi presi per mano, il medico e il bambino che dice Ahia!, oppure potrebbe strisciare lentamente l’indice lungo le lettere e raccontare ciò che resterà nella sua testa, almeno sino a quando non tornerà il sole.
Raccontare delle facce degli amici che erano con lui e di quella pioggia che si lasciava attraversare a stenti dalla sua macchina, potrebbe raccontare del torpore dietro le palpebre, del fatto che nessuno dicesse più una parola da ore oppure potrebbe parlare della musica che ha continuato ad andare anche quando nessuno di loro era più in grado di ascoltarla. Potrebbe descrivere come arrivare sull’asfalto bagnato gli abbia dato la sensazione di stendersi su un tappeto di velluto grigio e tornare bambino e svegliarsi cullato da un’infermiera inenarrabilmente brutta e amorevole.
E invece Alberto resta fermo: la testa appoggiata alla finestra, fuori piove ed è ancora giovedì; resta fermo e rimpiange l’inferno e l’alterazione di un mese fa. Vede tutto ed addirittura avverte quel moto in gola che deve aver sentito a tre anni quando, dopo insistenze e maldicenze familiari, iniziò a parlare con estrema riluttanza.
Non dice una sola lettera, pensa a me, al mio sorriso e al fatto che io sia la sua unica occasione per farsi un’infanzia felice, anche ora che l’infanzia s’è persa, disgregata tra gli anfratti dei suoi vizi. Dissolvenza in nero, resta l’ossessivo ticchettìo della pioggia e la sagoma di Alberto che, alla finestra, aspetta che arrivi domenica, il sole e la mia aurea di viscerale comprensione.

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