Ossigeno puro

Per due anni ho avuto solo uomini spregevoli, dottoressa, quell’Inutile Ceppo d’Uomo mi aveva mollata per telefono perché aveva deciso di diventare una brava persona, aspirando forse a tenere la coca nel taschino interno di una giacca firmata e non nella tasca bucata di jeans sdruciti da postadolescente problematico. Prima c’era stato anche il Filosofo che aveva dato di matto dopo circa sedici mesi senza riuscire neanche a farsi ricordare come Nietzsche o almeno come Wilhelm Reich e poi il Lettore, che ovviamente non sapeva neanche da che parte si aprisse un libro, non sapeva godersi i piaceri del cibo e neanche altri piaceri, dottoressa lei che è una bella donna può ben capire a cosa mi riferisco. Insomma, ricapitolando: il Ceppo svanisce dopo aver visto assieme il più bel concerto della mia vita, un piovoso pomeriggio domenicale che sono infilata a letto a leggere Ogni cosa è illuminata mi telefona e con una finta voce depressa mi spara due o tre parole di buonismo retroattivo come titoli di coda di una storia sghemba della quale, a pensarci bene, non riesco a rintracciare il baricentro; poco prima c’era stato il Filosofo, sì proprio lui, il ragazzo che vedeva i puntini, e dottoressa, non sto neanche a raccontarle le cose che la sua mente partoriva ogni singolo minuto, era un delirio, una tragedia, Othello, ma decisamente meno affascinante; del Lettore, dottoressa, non c’è un granché da dire perché non ha dato risposte, ma non ha sollevato neanche domande, è passato in silenzio e non ricordo molto, tranne la forma inconsueta dei suoi piedi e la sensazione desolante del deserto senza dune che era il suo cervello.
E dopo tutto questo noioso marasma relazionale che ho affrontato con il mio irriducibile tono laconico, sono arrivata sotto quei lampioni arancioni, quella sera, e ho incontrato la via d’uscita: aveva due occhi che erano barche sopravvissute alla tempeste, un sorriso mesto ed un silenzio così eloquente da ammutolire tutti gli astanti. E lui era Ossigeno Puro, che mi è entrato in circolo e mi ha permesso di giungere oggi qui nel suo studio, a piangermi addosso per le sfortune amorose, tacendo la sfrontata euforia di averlo incontrato, per dare un senso di incommensurabile tragicità alla storia che è in realtà un storia banale.
Parlarle della mia vita soddisfa le mie manie di protagonismo.
Avere le manie di protagonismo non è sano e sono convinta che parlandole della mia vita lei possa curarmi.
Per questi due motivi credo di avere proprio bisogno di lei.

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