In-quiete

Era seduta sul bordo della panca, in una posizione che ai più sarebbe sembrata estremamente scomoda: gambe accavallate, schiena allungata in avanti in modo da poter appoggiare il gomito sul tavolo, viso completamente distorto dal peso della testa appoggiata sulla mano dalla parte della guancia destra; intorno la gente si dava un gran da fare per divertirsi, con quell’iperattività estenuante che dimostrano alcune persone quando vogliono rendere indimenticabile la serata, senza sapere che sono altre le cose indimenticabili, pensava lei senza battere ciglio. La memoria è il marchingegno che ci provoca dolore, nel caso di ricordi spiacevoli, e melanconia, nel caso di ricordi piacevoli, ormai lontani, fossilizzati nella luce con cui abbiamo scelto di portarceli dentro; la sua memoria, di immagini e frasi ed espressioni, ne aveva incamerate come un qualsiasi cervello umano normodotato, ma ognuno, e quindi anche lei, ha la presunzione di avere i ricordi più interessanti, coi colori più caldi e adesso, in quella posizione forse oggettivamente improponibile, aveva deciso di passare in rassegna le ultime registrazioni.
Pensava. che lui ha saputo dire l’unica frase appropriata, che prenderla come una cosa naturale è l’unica cosa naturale da fare, che lei in quel momento aveva ricordato quel consiglio, ma non ricordava chi gliel’avesse dato, secondo il quale per le cose importanti si deve piangere una sola volta, con la persona giusta, e poi continuare a fare altro, magari a vivere, di striscio; che ora che aveva pianto e appurato di averlo fatto con la persona giusta, poteva iniziare, ricominciare a fare altro. che lei una sera di aprile, ben prima che enormi paroloni spuntassero fuori, aveva sentito rumori di morte, come se questa fosse entrata in casa sbattendo la porta senza la minima intenzione di andarsene, che gli altri dormivano, quella notte, e i cani fuori abbaiavano e lei s’era messa a leggere restando bloccata sulla stessa riga per interminabili minuti. che quell’uomo pronunciava quella sentenza non rendendosi conto di quanto male fossero abbinate il rosso della sua polo con il verdino delle tende di quella clinica e la tragicità delle sue parole con questo strafalcione cromatico. che c’era un sacco di gente, un’altra sera, e tutti avevano l’aria un po’ goffa di chi ha mangiato troppo per troppi giorni e lei da fuori riusciva a intravedere facce che prima conosceva e ora invece erano ingrassate arrossate intristite e sembrava di non averle mai viste, mai conosciute. che alcune facce invece non cambiano, non si sbiadiscono e non si fanno più marcate, semplicemente restano lì a guardare sporgendosi dalle foto, ogni tanto si riesce persino a sentire la loro voce. che lei è l’unica a guardare il cielo, un’altra sera, a guardare il cielo e le nuvole rosse e pensare che presto pioverà.
Il locale man mano si riempiva di gente, i cui profumi si mischiavano con l’odore forte dell’umidità delle pareti, lei era seduta in quella posizione scomoda, così scomoda che aveva solo voglia di restare ferma a pensare un altro po’. Il corpo immobile e la mente scossa da un continuo andirivieni di ricordi. Solo per un altro po’.

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4 thoughts on “In-quiete

  1. rideafa. ha detto:

    è un buon consiglio, quel consiglio. forse lo prenderò in prestito. forse.

  2. gattaliquirizia ha detto:

    porto la crostata e ce ne mangiamo una fetta Vagnona? prometto che sto zitta, e faccio il caffè 🙂

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