Dell’obliquità delle scelte

When we’re movin’ on, oh hear my song
You had the laugh on me, so I’ve set you free
And I’m movin’ on
(Willie Nelson – I’m movin’ on)

C’era lei che andava via di spalle e quel mio sguardo malinconico è stato velocissimo, una frazione di secondo, forse non ne ero neanche realmente consapevole prima di incrociare il tuo viso che ha capito e non ha chiesto. Mi hai passato una birra, abbiamo parlato del modello di amaca che avremo nel nostro bar a Capo Verde e del colore degli zoccoli che calzeremo vita natural durante. E quando abbiamo mosso all’unisono la testa, sulle note che tanto ci piacciono, ho realizzato che tu non sei uno di quelli capitati per caso perché compagni di classe, vicini di casa, conoscenze d’infanzia; di quelli che non ti ricordi neanche bene il modo in cui ci hai preso confidenza. No, noi due ci siamo scelti tra tanta gente, senza esitazione, quasi come se fossimo sicuri già allora di poter diventare amici così.

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19 thoughts on “Dell’obliquità delle scelte

  1. esercizidipensiero ha detto:

    …(sospiro)…giovinezza. Mi sa di giovinezza, ecco. Gli zoccoli soprattutto….(sospiro). Ma forse ho solo esagerato con il vino bianco a pranzo.

  2. ilbuendia ha detto:

    Anche io ho avuto “zoccoli” come fulcro di lettura di questo post.

    Sarà che ognuno ci associa un’idea diversa. ma la mia idea associata a quella parola
    sono gli zoccoli di legno che oggi per fortuna si usano di meno.
    Ho ancora nelle orecchie i colpi secchi del legno sulla strada
    di chi ci camminava per strada romoreggiando con una certa spavalderia strascicata.
    Più era il rumore
    più l’onore.

    • FrancesGlass ha detto:

      Spesso le cose che scrivi mi riportano alla memoria sottofondi d’infanzia.
      Intendevi questi, vero?
      Li calzavano tutti i miei zii, quelli appartenenti alla frangia estrema del parentado, quelli che di domenica mangiavano polpette al sugo macchiandosi la canottiera bianca a coste.

      • ilbuendia ha detto:

        Sì, intendevo esattamente quelli.
        E per un’estate sì, li ho avuti anche io. Ma solo per un’estate.
        Le polpette al sugo di domenica invece mi capita di mangiarle ancora.
        Ma senza canottiera, giuro.

        L’estate intorno alle 3 del pomeriggio, con il deserto afoso
        di un piccolo paese potevi sentire camminare una persona a più di un kilometro di distanza se portava quegli zoccoli.

        Poi ci sarebbe il capitolo da riservare agli zoccoli da lancio di mia madre, ma questa è un’altra (dolorosa) storia.

      • FrancesGlass ha detto:

        Io ho avuto zoccoli peggiori, causa padre hippie con una passione per la Svezia. Mi rinfranca solo il monologo morettiano di Bianca in proposito.
        E comunque con te un aneddoto tira l’altro: uno degli zii cafoni di cui parlavo nell’altro commento ha quasi ammazzato un vicino di casa, con uno zoccolo da lancio. Cicatrici permanenti. Evidentemente i dottorsciòls davano le manie di onnipotenza.

  3. Topper ha detto:

    Mi sa che la profondità di questo post si perde nel rumore di quegli zoccoli che, chissà perché, tutti reputano orribili. Me compreso.

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