Venticinque

– Ho la sensazione che ci stiamo palleggiando un peso. 
Il peso di essere quello che prova piacere.
(Rumore bianco – DeLillo) 

Per arrivare in quel punto di Framura così bello da bloccare il sangue, ci sono tantissimi gradini. Framura è un nome accogliente, che dà sicurezza e io su ognuno di quei gradini avrei voluto lasciare un brutto pensiero o una cosa per cui sperare di essere perdonata; avrei voluto anche contarli, quei gradini, ma tu ti giravi a guardarmi e io, per sorriderti o per parlarti, perdevo puntualmente il conto.
Uno, a volte penso che quando si lamenta per i dolori lo faccia per esibizionismo, anche se, razionalmente, so che non è così. Due, mi sono sentita sinceramente offesa per cose che ho fatto io per prima. Tre, pensare e non dire. Quattro, dire e non pensare. Sì, ho sete anch’io, no, la bottiglia l’abbiammo lasciata in treno, c’è una fontana in cima, mi hanno detto. Undici, voler essere sempre altrove, sempre. Quattordici, scrivere cose vere e poi dire che sono finte. Quindici, come Titta Di Girolamo, fingere di confessare segreti inconfessabili e invece con certe cose non si può andare controdefinizione. Venti, averne abbastanza delle prove di pazienza. Ventidue, due pesi e due misure, quasi sempre. Venticinque, distrazione simulata e sistematica. Dopo un po’, uno sguardo ad ogni gradino, difficile continuare. L’aria è differente, su quei gradini, porta l’odore di tante piante diverse e, solo sul fondo, senti quello del mare; così come il sole, che non abbaglia, che rende solo più vividi i colori. Come il nocciola dei tuoi occhi, totalmente diverso rispetto alle altre volte. Ti guardavo andare avanti ed aspettarmi, di continuo. Due gradini e una pausa per girati verso di me, come quando ci si fa un po’ indietro per guardare un quadro, pensavo. Pensavo e, contemporaneamente, perdevo la capacità di lasciarmi dietro i cattivi pensieri; nella fontana mi sciacquavo il palato da quelle idee che, anche se a volume bassissimo, si erano materializzate fino al gradino venticinque. Poi la discesa, poi il mare. Scomparire tra quelle mura, un puntino, Picnic ad Hanging Rock, l’auto sui tornanti di Shining, Dino Giuffrè sul palo della luce; con gli occhi chiusi e le palpebre troppo sottili per tenere fuori i raggi del sole, montavo le scene di pace che avevo ritagliato fino a quel momento, consapevole che mai avrei potuto immaginarla così, la pace, semplice.
Ritornando, raccoglievo di nuovo quei brutti pensieri, quei pochi che ero riuscita a depositare all’andata, tu eri dietro di me in silenzio, sorseggiavo dell’acqua raccolta alla fontana, la sentivo raffreddarmi la gola. Rigenerante è uno di quegli aggettivi che si usano nelle pubblicità e chissà se mi veniva in mente perché l’avevo sentito in tv oppure era stato usato in tv perché, ad un campione significativo di consumatori, viene in mente bevendo. Rigenerare, non sostituire. Vale anche con i pensieri sgraditi: conservarli e dar loro un nuovo significato. A partire da ora.

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