Due minuti

– Ah, ventisette anni!
– Non ventisette, ventisei…
– Ok, non sei così stonata come sembri. Comunque…che ti ha detto la Federica?
– Oh, scusa, ma non riesco a parlare tanto.

Il paesaggio scorre, fuori dal finestrino, in quel modo che solo un paio di occhi ubriachi possono cogliere, con la luce dei lampioni che disegna degli archi perfetti e le case, in lontananza, che sembrano prendersi per mano per un girotondo. In auto c’è caldo eppure fa freddo, come quando si ha la pelle bollente, ma solcata da brividi più interni. I suoni sono lì, allineati, perfettamente distinguibili, ognuno al suo posto e basta chiudere gli occhi per far sì che lascino delle scie colorate sotto le palpebre. Le viene in mentre Strade Perdute, ogni volta: guarda l’asfalto, il suo modo specifico di scorrere in determinate sere, e pensa ai titoli di testa, alla riga di mezzeria, alla colonna sonora…si sente musica, all’inizio del film? Chissà. Finito il pensiero, finito il tragitto, il motore si spegne con un sospiro di sollievo, il gatto del vicino si rifugia accanto alle ruote e lei dice quello che dice ogni volta.

– Ok, due minuti per farmi coraggio e scendo.

Nessuna risposta. Lo sanno tutti che quella frase non significa niente, che due minuti sono solo uno dei tanti tasselli di un attesa lunghissima, che è una di quelle bugie che lei adora ripetere per darsi un tono, per dimostrare quanto sia lucida la sua percezione del tempo quando, in realtà, non lo è affatto.

– Se domani, c’è il sole, potremmo fare un giro, nel pomeriggio…
– Anche, sì.
– E dove vorresti andare, eh?
– Lo so che mi stai facendo tutte queste domande per tenermi sveglia: in realtà, mi sento benissimo. Se escludo la nausea. E le gambe molli. La tesa che gira…e la lingua di lana.
– Ti senti benissimo, capisco.
– Sì e ti chiederò il risarcimento del danno morale per aver nominato la Federica mentre ero sballata. Cristo, la Federica. Che pessimo pensiero.
– Povera ragazza…ok, due minuti sono passati, ti accompagno su.
– E sono ventisei, non ventisette. Posso salire da sola, indicami solo il cancello di casa mia…mi confondo ancora, alle volte.
– Sai una cosa? È più bello quando continui a ripetere due minuti e poi non scendi mai.

Più tardi, in alto, si approssima un’alba timida: si fa spazio, dall’oscurità, la forma del campanile, là in fondo; la luce dei lampioni crea quella sfumatura salmone, contro il cielo ormai più chiaro.  Si accende un neon, dietro una persiana della casa all’angolo: qualcuno, forse, sta preparando il caffè con gesti assonnati, morbidi. Della stessa morbidezza dei movimenti di lei che scende e si chiude il portoncino alle spalle, dopo aver raggiunto il mattino camminando su un ponte traballante e bellissimo, ricavato da travi di due minuti ciascuna. Sono ventisei anni, non ventisette e, scanditi due minuti alla volta, possono sembrare molti di più. O anche molti, molti meno perché il tempo ha una consistenza diversa, quando ci si concede la calma di trovare delle cose speciali e di non distaccarsene tutto d’un tratto.

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2 thoughts on “Due minuti

  1. kovalski ha detto:

    la vita è due minuti
    dopo due minuti
    dopo due minuti
    dopo due minuti
    dopo due minuti
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    dopo due minuti
    dopo due minuti
    dopo
    due
    minuti

    … :-*

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