Torno a casa a piedi

Ventisette anni di vita in provincia mi hanno insegnato, se non proprio ad odiare le, quantomeno a diffidare delle piccole comunità – quello psicopatico di Von Tier, tra Dogville e Le onde del destino, avrebbe potuto lasciarmene almeno uno da scrivere, sarei stata bravissima, ne sono sicura, sarebbe venuto fuori un film soleggiato ma ugualmente angosciante – ma, dicevamo, ventisette anni di vita in provincia mi hanno insegnato che, per esempio, solo in un piccolo paesino può capitarti che muioia la tua zia preferita e che, dopo sette o otto giorni dalla sua dipartita, tu vada al cimitero con tuo zio, suo marito, e che ben settecento persone si mettano a mormorare di una relazione del vedovo con una giovanissima ragazza dell’Est, mentre il corpo della povera moglie è ancora caldo; sì, la ragazza giovanissima dell’Est saresti tu. Nei paesini, sostanzialmente, non succede mai nulla e, solitamente, si beccano anche pochi canali tv: la gente deve passare il tempo in qualche modo e, quando si diventa maligni, il tempo vola!
La provincia dove mi sono ritrovata a nascere e vivere finora, dimenticavo di aggiungere, è uno di quei posti che d’inverno sono praticamente chiusi, ma d’estate aprono le porte a migliaia e migliaia di turisti che ingrassano le tasche degli esercenti, affollano le spiagge, pogano ai concerti di pizzica e, a volte, in preda a possessione demoniaca o solo alcolica assumono atteggiamenti che, ne sono sicura, nelle loro operose zone di residenza non gli vengono neppure in mente. E vada il turismo, e vada pure il turismo di massa, ma una sera, dopo che allegri ragazzotti hanno lanciato in aria una bottiglia piena di ghiaccio, dopo che quella bottiglia è precipitata sulla mia clavicola, dopo che i miei amici hanno iniziato a guardare in cagnesco gli allegri ragazzotti e dopo che gli allegri ragazzotti sono venuti a scusarsi e a chiedermi il numero di telefono (e io gli ho dato il numero di emergenza di una comunità di recupero dalle tossicodipendenze, ovviamente), dopo tutti questi avvenimenti mi sono ripromessa di cercare di andare via, ogni anno, nella stagione dell’ondata turistica. Tanto la pizzica neppure mi piace, mi sono detta.
È anche vero che, come la maggior parte dei giovani si ritrova a criticare le scelte ed il modus vivendi dei propri genitori per poi, in qualche modo, ripercorrerne le tappe o trovarsi un partner molto simile a loro, così io, che ho sempre odiato i paesini e ho giurato che mai e poi mai avrei fatto in modo di trovarmici a mio agio, io che avevo promesso a me stessa di scansare le zone di mappe e turismo e affittacamere ed escursioni guidate, proprio io mi son scelto come luogo del cuore, un buco d’Italia che conta settecento anime e troppi turisti. Ma la verità è che ogni volta che ci torno, ho quella splendida sensazione di trovare tutto cambiato, ma in misura così infinitesimale da poter giurare che, in fondo, sia rimasto tutto uguale, anche se lo so che un po’ è cambiato e so anche che, quel posto, si deve guardarlo e conoscerlo bene per percepirne i piccoli movimenti in divenire. Sempre in quel posto che cambia, anche se sembra che resti uguale, ma in fondo lo sai che cambia, vai a ritrovarci una parte di te che, prima di ripartire, ogni volta, riponi nel vecchio armadio. Quella parte che è più rilassata nei rapporti sociali, meno pregiudiziosa e meno giudicante, quella parte di te con cui, probabilmente, è più piacevole parlare e lo vedi, infatti, che la gente ti saluta in un modo diverso, in quel piccolo paesino. E passi il tempo su un divano a commentare i documentari di Rai Storia, su un gradino a bere e guardarti intorno oppure su una panchina assieme ad un cast improbabile di tre persone – uno di loro ti chiede di farti una foto e, ricollegando quello ad altri sguardi e comportamenti, solo quando sei sola ti rendi conto che, forse, è un po’ inquietante (ecco allora perché, senza pensarci neanche tanto, ti ho mentito, L., circa l’aeroporto dal quale sarei ripartita!).
Non appena riesci a ritagliarti due minuti di solitudine, ogni sera, ti sporgi dal sentiero a picco sul mare, senti quell’odore salino che arriva fin lassù soprattutto nei giorni di mare grosso, guardi in fondo le luci dei pescherecci e, alla tua destra, le luci del paesino accanto. Dopo tanti mesi, realizzi che ti è venuta fame, non quella fame d’emergenza che sopraggiunge dopo tanto digiuno-, una fame diversa, tranquilla, rilassata, non giudicante, come te ora. Risali in paese, saluti il gelataio, ti fermi dal fornaio a comprare due strudel e torni a casa a piedi. E ti piace la vita in paese, ma lo pensi in un modo vago, in modo che l’altra parte di te non possa coglierlo.

 20140828_203246

4 thoughts on “Torno a casa a piedi

  1. edp scrive:

    Ti facevo morettina, altro che est. Ciao bellezza.

  2. dory scrive:

    salento?

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