A mano a mano

Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo
Di quando vivevi con me in una stanza
Non c’erano soldi ma tanta speranza
E a mano a mano mi perdi e ti perdo
E quello che è stato mi sembra più assurdo
Di quando la notte eri sempre più vera
E non come adesso nei sabato sera

Non ti ho pensato per anni, forse una vaga idea di te e dei giorni passati assieme si è fatta avanti, talvolta, quando beccavo in radio qualche pezzo di Rino Gaetano, non perché lo ascoltassimo così di frequente, ma perché una mattina, perforando i tetti di una Cesena primaverile, E cantava le canzoni ci svegliò giungendo dalla piazza fino all’Interno 9. Ma, fondamentalmente, non ti ho pensato per anni. Ho dimenticato i nostri discorsi, le nostre risate, le corse in stazione, i concerti, le canne, le litigate per mail; ho dimenticato cosa di te mi piacesse così tanto, com’erano quei minuti in cui ero pronta e aspettavo che passassi a prendermi per uscire, come mi guardavi, come ti guardavo o le appassionate righe che ti dedicavo nel caldo del mio diario.
In sintesi, di te ricordo solo come mi facevi sentire e tutto il resto è sprofondato in Atlantide.
I tuoi amici sostengono che il destino ci farà incontrare nuovamente, ma io non credo al destino, ai ritorni di fiamma, al recupero della post-adolescenza perduta, alle canzoni che sembra parlino di me.
Io credo solo a ciò che è successo.
Cos’è successo?
È successo che ti ho conosciuto a Pasquetta, baciato a Ferragosto ed amato fino a Natale. Poi ti ho dimenticato per due anni e poi mi hai riscritto e ti ho riscritto e ho attraversato l’Italia decine di volte per correrti incontro. È successo che stavamo per perdere il treno per Milano e avevamo in tasca i biglietti dei Radiohead e nello zaino bottiglie di alcolici che tintinnavano e ci facevano un po’ vergognare e nelle foto uscivamo benissimo perché eravamo felici e l’ultima volta in cui mi hai salutata in stazione non sembrava essere l’ultima e io agitavo la mano sorridendo, oltre la porta di quel treno regionale. La verità è che sei sparito all’improvviso e io, all’improvviso, ti ho dimenticato. Ma i tuoi amici mi rammentano che ero presente nella tua foto di classe all’ultimo anno del liceo: non era la mia classe e neanche il mio liceo. E l’unica, la sola nostalgia che mi coglie, d’improvviso, mentre sorseggio il mio Kamikaze, non riguarda te o i tuoi occhi verdi a mandorla, bensì quel momento della vita in cui tutto mi sembrava possibile e mi sentivo la personificazione di un potenziale diffuso che non sapevo bene come si sarebbe realizzato.

Ma la nostalgia è fatta di sabbia mobile dalla quale, ho imparato, è giusto tenersi a debita distanza. Butto giù l’ultimo sorso e guardo avanti, al prossimo weekend, a riattraversare l’Italia, questa volta per un amore maturo, diverso, privo di qualsivoglia nostalgia. O malinconia. E sento di nuovo un potenziale, una forma di fluttuante possibilità. Sono felice e vengo bene in foto, di nuovo.

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2 thoughts on “A mano a mano

  1. Patalice ha detto:

    è difficile dire qualcosa che abbia un senso che vada oltre… la canzone che è passata per la radio e ti ha ispirata comunque è semplicemente speciale

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