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Dei punti interrogativi

Stephanie says
That she wants to know
Why it is though she’s the door,
She can’t be the room.
(Velvet Underground – Stephanie Says)

Vorrei parlare di questa cosa della quale forse è meglio non parlare, ma come faccio a non parlare del bisogno di parlare, proprio ora che per parlare e ricevere un consiglio saggio dovrei trovare altra gente con cui parlare perché tu non ci sei più, o forse ci sei troppo di più, ma di sicuro non ci sei per parlare di quelle cose di cui proprio a te non dovrei parlare e poi, anche se ci decidessimo a parlare, i tuoi consigli potrebbero anche lontanamente definirsi saggi? Vorrei parlare di questa cosa che non ho più fiato, ma ho tanti punti interrogativi che non so più dove posizionare tra le parole e quindi me li tengo in testa, là dove conservo i ricordi di noi che parliamo, di noi che parliamo troppo, di noi che non parliamo abbastanza e, lo vedi, c’è un enorme punto interrogativo sul tuo viso in quel fotogramma in cui mi stai parlando di quelle cose di cui sono sicura tu mi abbia parlato, ma forse ora non lo sono neanche tanto più. Sicura. Punti interrogativi ovunque, sparsi su un percorso lungo tredici anni e io così miope da inciampare su ognuno di loro e tu così distratto che neanche te ne accorgi che, mentre parliamo, ad ogni tua affermazione, io spargo punteggiatura di questo tipo. E ora ci vorrebbe un attimo per calmarsi e parlare di tutt’altro, parlare, per esempio, di quella volta in cui mi hai detto che io ero molto simile a Stephanie Says ed eravamo piccoli e non c’eri ancora per davvero, non c’eri ancora per parlare e non c’era ancora nulla di cui parlare. Vuoi vedere che a furia di incartarci tra le parole abbiamo provocato solo un enorme disastro, una cosa che tredici anni fa era un piccolo battito d’ali e ora è una catastrofe, una di quelle cose che succedono dall’altra parte del mondo e non te ne accorgi, io sono la tua altra parte del mondo e tu sei distratto e io parlo troppo e io sono stephanie says e tu sei il mio punto interrogativo preferito, ma io, forse, ora, semplicemente, me ne andrò a domire.

Quando inizia l’Estate

VM_OcchialiVento

Virginia Mori – Occhiali al vento

Nel piccolo borgo, una sera in cui l’estate era iniziata da tempo ma tu non te n’eri accorta, c’era musica e c’era gente che ballava e anche tu ballavi, nonostante la pendenza, le zeppe, l’alterazione, il quinto metatarso dolorante, il caldo. Sul terrazzo del castello, in quella sera d’estate, davanti a quel panorama mozzafiato di luci e casette addossate l’una all’altra, qualcuno metteva quel tipo di elettronica per la quale le gambe iniziano ad ondeggiare da sole; nel frattempo, giù in piazza, davanti a balconi derisi dal tempo e a marciapiedi solitamente calcati da ultraottuagenari, un dj di circa sedici anni, sorseggiando cocacola, metteva una techno pesantissima e gente giunta da tutta la provincia ballava aspettando l’alba; ballavi sul terrazzo del castello, ballavi davanti al parapetto antico che non era chiaro se avesse potuto reggere tutte le persone che vi si appoggiavano in cerca di riposo, ballavi per le scale strette che ti conducevano giù in piazza, dove continuavi a ballare, ballavi ed eri felice perché eri nel momento giusto nel posto giusto ma, allo stesso tempo, ti sentivi fuori dal tempo.
Ogni volta che il dolore diventava insopportabile, andavi a sederti su quelle panchine a sinistra del palco e qualcuno, devotamente, ti seguiva e, in silenzio, ti prendeva il piede, lo liberava dalla scarpa e lo massaggiava. E, sempre in silenzio, continuavate a guardare la gente che ballava, il dj minorenne, il centro storico di uno dei cento borghi più belli d’Italia, il cielo che man mano si schiariva e pensavate che sì, l’estate era iniziata. Proprio in quel momento. Sarebbe stata la vostra estate e niente e nessuno ve l’avrebbe rovinata.

Marcate mancanze

Ero al cinema, il film era gradevole, ma l’unica cosa che mi ronzava nel cervello era il fortissimo disagio nel voler fare dei commenti che tu e soltanto tu avresti capito e, contemporaneamente, constatare la tua assenza nella poltrona accanto alla mia.
Invece ti ho dato per scontato, ti ho amato, ti ho mandato via, ti ho svalutato, ti ho ritrovato. Sfortunatamente non in quest’ordine.
Ora è primavera, le giornate lunghe, le pause pranzo al mare, l’aria calda anche di sera, non hanno lo stesso peso senza di te.
Come amavi ricordarmi con Billie Holiday, it’s too easy to blame the weather.

Lettera di autoAmore

Salpare privo di zavorre,
con le vele gonfie di poesia
(Brizzi per Numero6)

Voi non mi parlate di tramonti sul mare in solitudine, di libri che sperate non finiscano mai, di tangenziali notturne in compagnia di musica minimalista. Voi non avete visto una persona dissolversi lentamente, trasformarsi da titano a cariatide arrugginita nel giro di diciotto mesi, non avete ballato in spiaggia anche se eravate tristi. Voi non avete passato una notte in bianco per guardare due volte di seguito L’Arte del sogno e non avete neanche cercato, per una città sconosciuta, una via che portava il nome di una vita alla quale, inspiegabilmente, vi sentite molto simili. Voi non avete indossato, quella sera, quella gonna a ruota che vi alleggeriva di tutte le preoccupazioni e non avete volteggiato su note sconosciute lasciandovi trascinare dalle novità. Voi non vi svegliate la mattina con la sola voglia di infilarvi sotto un getto di acqua bollente, prima ancora del caffè, prima ancora di realizzare di essere ancora vive. Voi non riuscite ad ammettere che ciò che avete sognato per il vostro futuro ha, in realtà, dei contorni imperfetti, dei colori sgranati. Voi peccate di superficialità, care mie: siete ciò dalle quali ho sempre cercato di distaccarmi, ma siete anche le parti di me che mi salvano in periodi come questi, quelle parti che cerco sempre di nascondere almeno un po’ e che, invece, mi sollevano dal peso di tutto ciò che non mi piace e che non posso cambiare.
Bentornate a farmi compagnia perché, questo periodo confuso, in cui le navi stanche di burrasca rientrano nel porto, questo periodo è tutto e solo vostro.

Cambiamenti del Tempo

Francesco Bongiorni - Mindfulness

Francesco Bongiorni – Mindfulness

Sono cambiati i ritmi: ho capito davvero com’è la routine, com’è alzarsi al mattino e rimbalzare da un impegno improrogabile ad un altro impegno improrogabile ed incastrarci, in mezzo a tutti questi rimbalzi, la cura del corpo e del cuore e arrivare a fine giornata senza aver voglia di parole, né da leggere né da proferire né tantomeno da scrivere, ho gustato per la prima volta il sapore del tempo libero da sfruttare nel modo più lucido possibile perché ormai è davvero poco, ho sperimentato la frustrazione di dover dire di no ad alcuni piaceri per la troppa stanchezza, la frustrazione di dover rivalutare il puro e semplice riposo vuoto.
Poi è sopraggiunta l’influenza a ricordarmi la mia fallibilità e negli infiniti minuti con il termometro sotto il braccio e gli occhi troppo lucidi per poter ricavare qualcosa da quella pausa, ho sentito la mancanza della densità di questi ultimi mesi, ho soppesato la differenza con il periodo in cui ero libera di prenotare voli a cuor leggero e trovare comunque un modo per partire, il periodo in cui prendevo appuntamenti ai quali non mancavo mai e tutta la settimana scorreva tra chiacchiere e cose belle da fare e musica bella da ballare; ed è stato soppesando questa differenza che, d’un tratto, mi sono sentita cresciuta, ma l’ho pensato in modo dispregiativo, quindi potrei usare il participio passato “invecchiata”, solo che
Infine, è arrivata la primavera e quando, guarita, mi sono immersa nei pomeriggi soleggiati, mi sono concessa il diritto di avere dei desideri che, fino all’anno scorso, mi sarebbero parsi banali e che ora, invece, sono la benzina di questa nuova vita. Quindi sono tornata qui, dove sono conservate le briciole di nove anni di esistenza, dove i paragoni sono inevitabili, e ho scritto queste quattro righe, per la prima volta, non vergognandomi di sentire addosso il peso di tutte le trasformazioni che il tempo sembra avermi offerto.