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Grandi distruzioni

Stanotte ti ho sognata, stanotte ho sognato la mia vita.

Sul vecchio Scarabeo sbiadito, attraversavamo l’aria densa del tramonto e io sbagliavo strada: ci ritrovavamo su un sentiero che esiste solo nei miei sogni, in cui c’è una casa, grande, una casa di campagna, di quelle che si vedrebbero nei film horror, di cui sono convinta di conoscere gli anziani proprietari. Mi veniva in mente di farti vedere quella casa, quella casa dove di notte è bello, sempre nei miei sogni, guardare la luna piena da una panchina nell’agrumeto. Ma sbagliavo nuovamente strada. Perché non c’è Maps nei sogni?
Sbagliavo strada e ci infilavamo in una villa con un giardino dedicato a San Luigi, con la statua del santo protetta da un gazebo di legno ed una fontana in cui scorrevano ciottoli e non acqua. Ridevamo tantissimo, ma in silenzio, come rideremo quando andremo a fare il bagno di nascosto, di notte, nella piscina di tua sorella.
Poi attraversavamo la casa, una casa piena di altari, una casa sacra, una casa oscura, una casa così cupa che ci faceva tanto ridere. Ridevamo ancora e ancora e ancora. Arrivate davanti alla porta d’uscita, c’era un cane, forse un Rottweiler, un cane dal manto di velluto grigio, un cane che voleva attaccare me che ne ho paura, un cane che, invece, appena ti sentiva ridere, ti saltava addosso e ti azzannava la pelle del collo e ti graffiava il viso e ti staccava un braccio. Io me ne stavo impotente, suonavo il campanello cercando di attirare l’attenzione dei padroni di casa, ti guardavo distruggerti pian piano e non vedevo più te, in quella pozza di sangue, con le tue risate e i tuoi ritornelli intonati, vedevo solo una cosa bellissima e perfetta, deturpata dagli errori e dai casi della vita. Me ne facevo una colpa, ma non facevo nulla di eclatante per cambiare il corso degli eventi.

E questa è la mia vita: mi esalto per gli errori di dettaglio, ma davanti alle grandi distruzioni, resto immobile, basita, come se non riuscissi a capacitarmi che, in questo mondo, c’è tanto male che siamo capaci di attirarci addosso senza neanche rendercene conto.

Don’t fear the break up!

Qualcuno mi regalò un libro riguardante gli oggetti rimasti dopo una storia d’amore finita: un finto catalogo d’asta con le didascalie, sotto la foto di ogni oggetto, che ti accompagnavano lungo le soprese dell’innamoramento e della rottura.
I nostri oggetti, invece, ce li siamo scambiati in delle buste sgualcite: hai ammucchiato i miei con rancore, ho stirato i tuoi con malinconia e senso di colpa. Ce li siamo scambiati in un parcheggio sotterraneo, nel quale poi ho pianto senza essere sentita da nessuno, parcheggio dal quale sei andato via senza neanche salutarmi.Poi, terminate le lacrime e stanca dei singhiozzi, ho pensato che non si può mettere la poesia dove non vi è mai stata perché quello che abbiamo scambiato, mai contemporaneamente, per Amore era solo un fraintendimento, una svista. Ma alla fine, stanca anche del senno di poi, ho individuato due momenti molto poetici: quello in cui eravamo stesi sulla sabbia e io provavo a mandare tutto a rotoli, cercando di baciarti, e tu cercavi di preservare tutto, allontanandomi; ed il momento prima di scendere in quel parcheggio sotterraneo, nella sala centrale della biblioteca, quando potevo vedere il mio vestito bordeaux muoversi per via del batticuore.
Ciao.

Quando c’era Irene

Sai che è tanto tempo che non ti parlo eppure avrei tante cose da raccontarti? Il punto è che tu non ci sei mai. Ritorno all’Amore e tu non ci sei, scelgo di dare una svolta a ciò che vorrei fare e tu non ci sei, compro un paio di scarpe nuove e, niente, non ci sei neanche in questi momenti di splendida superficialità.
Sai che ancora non mi sono abituata a questa situazione in cui mi succedono le cose e tu non ci sei? Sai che, per esempio, alla terza boccata di fumo, ogni volta, mi viene voglia di riguardare quel video in cui fumiamo di nascosto da papà, in giardino, ed il cielo ha quella strana sfumatura rossastra?
Papà adesso se ne andrà a Caracas ed in famiglia è nato un nuovo uomo che cresce a vista d’occhio e ormai qui ho bisogno delle quote rosa, mentre quando c’eri tu questi problemi non esistevano affatto. Quando c’eri tu mi infastidiva arrivare in ritardo per cena o non avere credito telefonico per darti un bell’aggiornamento, quando c’eri tu facevo sempre la cosa giusta e, se era quella sbagliata, c’eri tu e potevo parlarne.
Ma quando c’eri tu, era tanto tempo fa, non mi capitava di pensarti così intensamente dopo tre spritz, come ora, quando c’eri tu. Quando c’eri tu. Quando c’eri? Ho dimenticato la tua voce e, presto, dimenticherò le tue espressioni; rincorro invano il tuo ricordo, Irene, e non so più discernere tra memoria e idealizzazione e tra poco saranno tre anni, ma a me sembra un’eternità, perché quando c’eri tu era tutta un’altra vita e non sono sicura che questa mi piaccia abbastanza.

Die ganze Wahrheit

Il momento in cui ci si abitua alle bugie è il momento in cui si diventa feticisti della verità. La si vuole tutta per sé e agli altri non si riservano che menzogne, si sta maggiormente in silenzio per cercare di capire il significato dei silenzi altrui e le parole vengono usate per insinuare, non più per comunicare.

Il momento in cui si brama la verità, la verità che vogliamo, non già la verità per come essa è davvero, è il momento in cui la si perde definitivamente, perché essa non può palesarsi a chi la cerca in maniera bipolare e ad essa aspira, ma con le proprie azioni la evita e cerca di ri-costruirla e, nel contempo, la distrugge .

Il momento in cui si è soli e non si ha né da nascondere né da cercare alcunchè è il momento in cui si può sinceramente ammettere quanto siano dannosi il cercare e il nascondere, per l’impoverimento che apportano al momento in cui si è soli.

Nudità

Ci sono artisti che adoro, ma che ascolto di rado.
Un po’ perché gli artisti degni della mia adorazione solitamente non sono proprio degli allegroni e ascoltarli sempre non so bene dove mi condurebbe, ma senza dubbio in un posto simile ad uno di quei sentieri con ragnatele e malinconie penzolanti; insomma, ascoltandoli poco faccio un po’ di prevenzione alla depressione. In secondo luogo, con i musicisti che mi piacciono di più instauro un rapporto simile a quello che ho con le persone reali: preferisco vederle poco, le persone che reputo migliori, vederle poco e godere della privazione e poi, quando le incontro, provare un moto d’animo simile ad una scossa elettrica.
Mi piace pensare che certe cose restino lì dove le si è lasciate l’ultima volta, senza bisogno di andare a controllare. Certi sentimenti bisogna provarli e basta, senza la pretesa di possederli, tanto una volta che li si possiede diventano cristallizzati e, dunque, inutili.

Ci sono artisti che adoro, ma che ascolto di rado.
Gruppi che risuonano solo quando sono stesa a guardare il soffitto, cercando di prendere una decisione difficile; cantanti che hanno voce solo quando ho la faccia schiacciata contro il finestrino di un treno che chissà dove mi sta portando (ma chi se ne importa, i treni che prendo portano sempre in posti migliori) e poi c’è Iron&Wine del quale mi innamorai, all’inizio, solo per pochi elementi basilari: la calma, la voce, la forza poetica e la barba (sì: mio padre ha la barba -> io probabilmente non ho mai risolto il mio complesso di elettra -> ho un debole per gli uomini con la barba). C’è Iron&Wine e c’è un suo pezzo che si chiama Naked as we came che è la colonna sonora del giorno prima di un giorno importante (ed il giorno prima, secondo me, è più importante ancora), io non l’ascolto quasi mai, ma quando la metto su perché sono in ansia o sono disperata o, semplicemente, sono in paranoia, mi fa sentire tutto più chiaramente: riconosco le debolezze insanabili, gli ostacoli reali e le paure inconsulte. È come incontrare un vecchio amico e seguirne i consigli, senza neanche chiedergli dov’è stato in tutto questo tempo.

Questo è il giorno prima, fuori piove, io guardo il video di Naked as we came, mi lascio mozzare il fiato e mi godo la solitudine. Perché si è sempre soli nei giorni prima dei giorni importanti.