Dappertutto

All’improvvio sei dappertutto.
Non saprei neanche dire come sia avvenuto questo enorme cambiamento, so che fino ad un giorno sei un ricordo vago dietro ad un nickname, sei una notifica su un social, sei l’amico di amici al quale so di piacere, un giorno sei un invito lanciato quasi con nonchalance e poi, all’improvviso, sei dappertutto.
È stato per il tuo modo di scherzare, è stato per i tuoi gusti musicali, è stato per il tuo profumo. No, sto mentendo. Non può essere stato per tutte queste cose da comuni mortali, è stato qualcos’altro, qualcosa che non colgo, ciò che, inaspettatamente, ti ha reso così vivido. Io, da parte mia, so solo che ti ricordavo coi contorni sfumati e poi, appena ti ho messo a fuoco, ho scoperto che i tuoi contorni erano proprio quelli del pezzo di puzzle perfetto e mancante da anni.
T’avesse conosciuto mia madre, avrebbe continuato a ripetere che hai gli occhi che sorridono e che le persone che hanno occhi che sorridono sono, di base, persone buone. T’avesse ascoltato parlare, avrebbe decretato che sei una delle poche persone che sappia tenermi testa sul campo dell’ironia spietata. T’avesse avuto vicino, ti avrebbe elogiato, una volta rimasta da sola con me, per il tuo profumo, per il tuo bel portamento, per il modo in cui mi tocchi il culo quando tutti gli altri sembrano guardare altrove.
Apri un ombrello per baciarci sotto la pioggia anche se non piove, poi passiamo otto ore in macchina e mi tieni per mano passeggiando per Firenze, quando rientriamo in casa metti Ben Harper e il tempo si dilata, vuoi conoscere tutti, voglio farti conoscere tutti, scherzi, sorridi, mi stai sempre attaccato, ti sto sempre attaccata, mi baci mentre ballo ad un concerto, mi baci in una cella della scuola coranica, mi baci mentre sto ancora dormendo. Sei con me quando lavoro, quando dormo, quando mangio, sei con me e sei a 861 km da me e poi sei a 10745 km da me, vedi posti interessanti, hai tante cose da raccontarmi, foto da mostrarmi, desideri da riferirmi.
All’improvviso, sei dappertutto. Con me, anche quando sei lontanto da me.
All’improvviso, voglio che tu sia dappertutto, piccole briciole di te in ogni singolo minuto della mia vita, laddove avrei trovato invasiva la presenza di chiunque altro.

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Ti seguo

So strange, what Love does
When you’re all alone
Strange, what flies with ghosts of love
David Lynch – Ghost of Love

Una volta lì era tutto cantiere. E, proprio lì, in quel cantiere, vidi passeggiare quei due, vestiti troppo bene per andarsene in giro nel tufo: lui con la sua agenda di cuoio sottobraccio, la giacca perfettamente stirata, lei con i suoi pantaloni dal taglio maschile ed il foulard a righe annodato in modo certosino. Parlavano di David Lynch e di resilienza e di sociologia economica, lui le stava sempre un passo indietro e parlavano seriamente, da colleghi, ma ogni tanto il discorso si interrompeva e lui la guardava e sorrideva, facendo qualche notazione linguistica. Quel cantiere confinava con quello che, all’epoca, era un enorme parco, e quei due, quei due troppo eleganti e forbiti, ne costeggiavano la ringhiera divisoria fantasticando di poterla scavalcare, un giorno, per una bella pausa pranzo sul prato inglese.
Un tempo lì c’erano anche le gazze ed i corvi e i piccioni ed altri volatili non meglio identificati e lei odiava i pennuti, ma lui non lo sapeva: lei per evitarli salì sul cornicione di un’aiuola piuttosto alta, giustificando frettolosamente con la parola “Ornitofobia” quella scelta di un percorso alternativo, e lui le rispose solo “Ti seguo” e, quando lei si voltò, vide che lui sembrava sorprendentemente felice di quel gesto stonato rispetto al suo abito grigio. Gli studenti guardavano quella coppia stramba e chissà cosa pensavano; il sole si nacondeva dietro una nuvolona grigia, il freddo giungeva, ma dentro, dentro di loro era primavera.
Poi furono costruiti gli edifici 6 e 7 ed il parco fu reso inaccessibile, ma quei due, si dice, continuarono a camminare a distanza ravvicinata, a portare abiti eleganti, a parlare di cose noiose, a capirsi, a starsi vicini nei dolori, a rincorrersi per l’Europa e mai, mai frase detta da un uomo ad una donna si riverlò essere tanto vera. Ti sono vicino, ti capisco, ti assecondo…ti seguo!

Dei punti interrogativi

Stephanie says
That she wants to know
Why it is though she’s the door,
She can’t be the room.
(Velvet Underground – Stephanie Says)

Vorrei parlare di questa cosa della quale forse è meglio non parlare, ma come faccio a non parlare del bisogno di parlare, proprio ora che per parlare e ricevere un consiglio saggio dovrei trovare altra gente con cui parlare perché tu non ci sei più, o forse ci sei troppo di più, ma di sicuro non ci sei per parlare di quelle cose di cui proprio a te non dovrei parlare e poi, anche se ci decidessimo a parlare, i tuoi consigli potrebbero anche lontanamente definirsi saggi? Vorrei parlare di questa cosa che non ho più fiato, ma ho tanti punti interrogativi che non so più dove posizionare tra le parole e quindi me li tengo in testa, là dove conservo i ricordi di noi che parliamo, di noi che parliamo troppo, di noi che non parliamo abbastanza e, lo vedi, c’è un enorme punto interrogativo sul tuo viso in quel fotogramma in cui mi stai parlando di quelle cose di cui sono sicura tu mi abbia parlato, ma forse ora non lo sono neanche tanto più. Sicura. Punti interrogativi ovunque, sparsi su un percorso lungo tredici anni e io così miope da inciampare su ognuno di loro e tu così distratto che neanche te ne accorgi che, mentre parliamo, ad ogni tua affermazione, io spargo punteggiatura di questo tipo. E ora ci vorrebbe un attimo per calmarsi e parlare di tutt’altro, parlare, per esempio, di quella volta in cui mi hai detto che io ero molto simile a Stephanie Says ed eravamo piccoli e non c’eri ancora per davvero, non c’eri ancora per parlare e non c’era ancora nulla di cui parlare. Vuoi vedere che a furia di incartarci tra le parole abbiamo provocato solo un enorme disastro, una cosa che tredici anni fa era un piccolo battito d’ali e ora è una catastrofe, una di quelle cose che succedono dall’altra parte del mondo e non te ne accorgi, io sono la tua altra parte del mondo e tu sei distratto e io parlo troppo e io sono stephanie says e tu sei il mio punto interrogativo preferito, ma io, forse, ora, semplicemente, me ne andrò a domire.

Un titolo semplice, ma impronunciabile

First time that I saw you
Teeth squeezed my lips
And I thought I’d die without you
But you’re here and it’s clear that it’s
Just a state of mind, running through the times
Keeping us alive
Just a state of mind, keeping us in line
Before we take a dive
(Graham Coxon – Just a state of mind)

Una cosa è certa: di storie ne hai raccontate a bizzeffe. Storie vere o solo desiderate, affidate alla tastiera o all’orecchio degli amici o all’oblio del tuo cervello. Le storie non sono mai state poche, da tanti anni a questa parte. Ma la storia più bella che tu abbia mai raccontato è venuta fuori dalla tua bocca con una venatura di alcool sul tuo alito, mentre eri su un marciapiede di una città enorme che sembrava poter coprire le tue parole, poi seduta sul bracciolo di una poltrona, tra le pareti gonfie di musica; eri, prima in piedi e poi seduta, con lo sguardo totalmente fisso verso il tuo interlocutore e gli raccontavi di quindici anni, di quindici lunghi anni che avete vissuto insieme, anche se non sempre fisicamente insieme, gli hai raccontato tutto il film che hai visto con i tuoi occhi: hai voluto raccontargli dell’emozione per l’acquisto di un paio di biglietti, di tutto il tempo che passavi con altre persone ma che avresti voluto passare con lui, di quella volta che era notte e tu non volevi mettere in moto e andare via. E ad ogni dettaglio, ad ogni sfumatura, ti faceva eco un “Era esattamente così anche per me”. Poi ti è stata raccontata la storia di Don’t go away e di quella vicinanza che c’era e facevate finta di non vedere, ti è stato raccontato di un allontanamento quasi forzato e di tanti, troppi pensieri a riguardo. Erano storie che conoscevi bene da tempo, ma da tempo ignoravi il fatto che fossero narrazioni condivise e non una tua opera originale. “Quando sono vicina a te, mi ricordo ciò che mi piace davvero” senti la tua voce e senti di non poterla controllare. È una storia che non sai dire se sia triste o felice perché racconti di un angolo in cui tieni un’idea, la cosa che più ti fa emozionare, e non sai dire se è attuale, passata o senza tempo. Perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane. Quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire, così spaventosa tanto è enorme rispetto a te e sedimentata nella tua vita come l’unico tassello in oro di un grande mosaico, quello che adesso sai è che la storia più bella che tu abbia mai potuto concepire non è venuta in mente solo a te, è incantevole e durevole perché ci avete lavorato in due, in silenzio, senza dire nulla sull’enorme elefante che era seduto tra voi mentre provavate ad essere buoni amici. E adesso punto fermo e si va a capo per un nuovo capitolo dal genere totalmente sconosciuto.

Don’t fear the break up!

Qualcuno mi regalò un libro riguardante gli oggetti rimasti dopo una storia d’amore finita: un finto catalogo d’asta con le didascalie, sotto la foto di ogni oggetto, che ti accompagnavano lungo le soprese dell’innamoramento e della rottura.
I nostri oggetti, invece, ce li siamo scambiati in delle buste sgualcite: hai ammucchiato i miei con rancore, ho stirato i tuoi con malinconia e senso di colpa. Ce li siamo scambiati in un parcheggio sotterraneo, nel quale poi ho pianto senza essere sentita da nessuno, parcheggio dal quale sei andato via senza neanche salutarmi.Poi, terminate le lacrime e stanca dei singhiozzi, ho pensato che non si può mettere la poesia dove non vi è mai stata perché quello che abbiamo scambiato, mai contemporaneamente, per Amore era solo un fraintendimento, una svista. Ma alla fine, stanca anche del senno di poi, ho individuato due momenti molto poetici: quello in cui eravamo stesi sulla sabbia e io provavo a mandare tutto a rotoli, cercando di baciarti, e tu cercavi di preservare tutto, allontanandomi; ed il momento prima di scendere in quel parcheggio sotterraneo, nella sala centrale della biblioteca, quando potevo vedere il mio vestito bordeaux muoversi per via del batticuore.
Ciao.