L’estate per Irene

Quest’estate, sprazzi di sole affogati da temporali imprevedibili, fresco di sera e giacca di cotone appoggiata sulle spalle scoperte, quest’estate sarebbe stata l’estate per te, che odiavi il caldo e iniziavi da giugno ad aspettare l’arrivo dell’autunno. E odiavi anche il mare ed i miei piedi sporchi di sabbia e la città piena di turisti vestiti male. Quest’estate è diversa, non sembra neanche di essere dove sono realmente: guardo il tramonto, seduta sul davanzale, e ascolto De Gregori perché a me non è mai piaciuto, ma a te sì ed eri fottutamente intonata quando canticchiavi i suoi pezzi, girovagando per casa Irene, al quarto piano, è lì tranquilla, si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta .
E va così, cerco di abituarmi alla assenze, ma poi mi capita di restare bloccata in centro, di notte, per un temporale che mi impedisce di tornare a casa e lì sotto, sotto il balcone che tenta di proteggermi dall’acqua, penso che se non ci sei tu a preoccuparti per me, allora un po’ sola lo sono per davvero, ma è una solitudine pacifica, non lacerante; una solitudine che, a volte, mi blocca e mi fa chiedere “Chissà cosa ne penserebbe?”, me lo chiedo pur sapendo di non poter ricevere risposta. Vai a capire perché poi.

Dei silenzi imperturbabili

Alla fine, ci sono andata, in quel posto.
C’erano due antiche masserie immerse nel verde, le palme sul viale d’entrata, una decina di ragazzi che parlavano in cerchio nel grande atrio di marmo e la direttrice nel suo ufficio, vestita in modo informale. Passando in macchina, verso il parcheggio, ho visto l’orto ed i cavalli, ho notato come solo il rumore del mio motore rompesse un silenzio altrimenti solido, imperturbabile.
Ci sono andata e la persona di fronte a me non faceva che ripetermi che in un posto del genere non si lavora con la pretesa di cambiare gli altri, di “guarirli”, o con la tendenza ad impietosirsi. Si lavora animati dalla predisposizione ad ascoltare ed imparare ogni singola persona, con la sua storia personale ed in nulla generalizzabile. E, anche se era il classico discorso banale, sentito dai primi anni di università, in quel momento, in quel luogo, circondata da tutte quelle persone che continuavano a svolgere le proprie silenziose attività, a me è sembrato di capire veramente che cosa volesse dire.
Infine, ho pensato a te. Chissà se ci sarei mai finita, in un posto così, se non ti avessi incontrato, capito ed amato; chissà se a te sarebbe piaciuto pensarmi al lavoro tra quegli alberi, a parlare la lingua semplice del dolore e della reazione al dolore. So solo che in un pomeriggio di luglio, mentre eravamo seduti sui gradini dell’ex convitto, ho appoggiato il viso alle tue ginocchia e ho iniziato a piangere perché avevo paura di non rivederti più. Ci conoscevamo da tre giorni, ti avrei rivisto per altri cinque anni, mi hai appoggiato una mano tra i capelli, muto di un silenzio imperturbabile, e hai iniziato a starmi vicino come mai nessuno ha saputo fare, nella mia vita, anche se il caldo ti faceva soffrire e l’idea di partire ti mandava in ansia. Ma io, tutto ciò, in quel pomeriggio di luglio, sui gradini dell’ex convitto, ancora non lo avevo capito.

Abbastanza

Non è mai troppo tardi per costruirsi un’adolescenza insicura

“Are you eating enough?”. Eccola, ora l’ho collezionata anche in Inglese!

Sono tutti preoccupati e affettuosi, per carità, ma ogni volta che mi sento porre questa domanda, mi viene la voglia di rispondere, a mia volta, con una domanda, o qualcosa del genere.
“Se il mio peso sfiorasse i 100 kg, ti sentiresti in diritto di dimostrare così apertamente la tua preoccupazione, con una domanda così diretta circa le mie abitudini alimentari? Non so…mi chiederesti se sto mangiando troppo? Mi chiederesti se sono solita fare il bis? Se sto passando un brutto periodo che mi fa ingurgitare l’intero frigorifero e non solo il suo contenuto? Perché, vedi, anche essere in sovrappeso può essere molto dannoso, ma la tua cultura ti ha insegnato che dire ad una donna che è grassa è male, condurre la propria campagna di Tolleranza zero contro l’anoressia –o qualcosa che tu ritieni tale- quello è bene e allora via a dirmi che sono troppo magra e che dovrei mettere su qualche curva (davvero? Qualche curva? Come se fossi un circuito di Formula 1? Dici che altrimenti la corsa diventa noiosa?) o magari eccoti a chiedere ai miei amici, a loro (!), se mangio abbastanza. Ti sembra un modo umano, rispettoso, galante, ma soprattutto discreto di essere apprensivi? Mi sembra delicato quanto quelle immagini che trovo online con didascalie che dicono che ai cani piacciono le ossa e ai veri uomini la sostanza, mentre nel mio mondo dorato nessuno dovrebbe mai permettersi di paragonare una donna ad un osso o un uomo ad un cane per il semplice, trasparente motivo che ognuno è come è e gli piace ciò che gli piace”.
Sì, caro Will, sto mangiando abbastanza, semplicemente sono sempre stata così magra e mi sono sempre piaciuta. Non mi piaccio, invece, quando penso e scrivo righe arrabbiate come quelle poco più sopra che, no, non erano dirette a te e al tuo modo trasparente di trattare la realtà. Tu sei solo la goccia, Will, ma capita spesso, ormai, che le parole e le domande delle persone trasformino in problema una cosa che mi è sempre sembrata naturale, anzi, sono quelle domande, quelle parole, ad essere un problema. E ti prometto che sarò meno arrabbiata, continuerò a mangiare abbastanza e a sentirmi bella per tutto ciò che ho, anche se agli occhi di molti quel tutto si riduce ad un mucchio d’ossa poco invitante.

Puntinismo di Marzo

• Avresti voluto che ti vedesse con la sua collana di perle e quel tubino nero quando, per l’ennesima volta nella tua vita, ti affidavi all’improvvisazione e all’ispirazione del momento e, per l’ennesima volta nella tua vita, ti andava tutto alla grande, ennesimo rinforzo positivo per la tua totale mancanza di metodo. Avresti anche voluto che ti abbracciasse per prima mentre, ubriaca di adrenalina, continuavi a ripetere “Oh, non ci credo. Non ci credo!”. Ma non c’era e non ci sarà nemmeno in tutti gli altri giorni importanti della tua vita e tu hai capito che vale la pena festeggiare con chi c’è, festeggiare la gioia di esserci, tutti insieme.

• La stampa enorme di uno dei quadri in cui ti riconosci maggiormente sovrasta il tuo letto. Una nuova vita è iniziata e tu non ti senti scarica come prevedevi. Ma piena di slancio.

• La primavera è arrivata mentre eri seduta ad un tavolino a parlare di ciò che ami, a ridere, a sentirti capita. Il sole ti infastidiva gli occhi acquosi di allergia e tu ridevi e ridevi e ridevi e per una volta non badavi agli uccelli che svolazzavano tutt’intorno.

Eri ad una festa, ballavi, dopo mesi ti sei sentita di nuovo bella, bella per te e ti è venuta fame. Dopo mesi.

• Trovi un video online: eri ancora dentro tua madre che era dentro la sua 127 rossa che avanzava nella neve. Neve che ti è stata descritta tante volte perché in questa fetta di terra non se n’è mai vista tanta tutta insieme come nelle settimane che hanno preceduto la tua nascita. Trovi un video online, lo guardi mentre sei ancora a letto, piangi e, quando le lacrime ti si seccano lungo le guance, decidi di tirarti fuori dalle coperte ed iniziare a festeggiare il tuo compleanno.

• Persone che tornano da te. Persone che iniziano a diventare importanti. Persone importanti che svaniscono dietro distanze e dissapori. Persone. Vorresti averle sempre tutte intorno o, al massimo, portartele in spalla come dentro ad uno zaino, ovunque tu vada.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower