Autoconservazione

“Quante volte te lo devo dire,
se ti metti così vicino alla televisione ti fa male al pisello”
(The Goonies)

Explodingdog.com

Inizierò dicendo che mi piacciono tante cose, tra cui: il caffè e i souvenir di cattivo gusto. È anche opportuno sottolineare che le cose che mi piacciono si comportano solitamente lungo un continuum che va dal polo “tendermi perfidi tranelli, sfruttando il proprio appeal” al polo opposto “salvarmi la vita o perlomeno il lato sociale di essa”.

Qualche giorno fa, se non fosse stato per una cartolina kitsch che stavo scrivendo, con la ferma intenzione di spedirla da una città diversa da quella che rappresenta, e che mi ha tenuta lontana per pochi minuti dal mio hobby mattutino (preparare la moka, metterla sul fuoco con il coperchio alzato e fissarla dall’alto, sino al momento catartico in cui il caffè sgorga da quel componente lungo che sembra un comignolo e del quale ho sempre ignorato il nome), probabilmente, mi sarei trasformata in Sloth dei Goonies e avrei passato il resto della mia vita a ricordare l’esplosione della moka, mangiando snack di bassa qualità in qualche buia mansarda.

Invece, ho ancora la faccia perfettamente (ok, quasi) simmetrica, mia madre mi permette di vivere negli spazi comuni della casa e, ad ogni tazza di caffè, ricordo di essere ormai moralmente obbligata a prediligere le cose che mi piacciono e che tendono al polo “salvarmi la vita…”. Sto dunque rispolverando tutti gli oggetti più insulsi raccattati durante i viaggi, spolverandoli e mettendoli in mostra, e mi sto lentamente abbandonando ad una disperata astinenza da caffeina.
Di notte, non ho mai dormito meglio.

Puntinismo di Gennaio

We’d travel thru sleepy night times
We won’t follow the stars or the light
(Club 8 – This is the morning)

• Dopo anni e anni di iperidrosi palmare, sembra che il tuo sistema nervoso simpatico abbia deciso di darsi una regolata, salvandoti da quella tipologia di imbarazzo, alla quale eri solo parzialmente assuefatta, che ti coglieva ogni volta che dovevi porgere la mano per presentarti e si rendeva sempre necessario asciugarla prima contro i jeans.

• Ti rendi conto che le persone che veramente non sopporti sono quelle che, nonostante la propria scandalosa ignoranza, credono di poter vantare dei diritti di proprietà intellettuale (“Oh, bé, sì, fantastico, quando avevo sedici anni…”) su cose che hanno solo conosciuto superficialmente e credono, queste persone scandalosamente ignoranti, che queste cose appartengano a loro più di quanto non appartengano a te che, nel tuo piccolo, hai cercato di capire e hai sbattuto la testa contro il muro quando non ce la facevi e poi alla fine hai realizzato che cose così belle scritte, suonate o semplicemente dette, non possono appartenere ad alcun essere umano, men che meno a quelli ignoranti. Dunque, hai deciso di non parlare più delle cose che ti piacciono, con quella tipologia di persone, perché le cose non ti appartengono, ma il tuo piacere sì e quello è bene tenerselo stretto.

• Scrivi un po’ di righe e le fai leggere ad una voce sintetica, poi gliele fai leggere di nuovo e metti il reverse e alla fine sovrapponi il tutto e lo riascolti e ridi. E questa è la ricetta per non prendersi troppo sul serio quando si crede di aver scritto qualcosa di bello.

• Mangi arance, bevi spremute d’arancia, prepari dei tortini. Sì, anche quelli all’arancia. Gennaio è un mese freddo, tingerlo con tinte forti come l’arancione riesce a temperare un po’ il clima.

• Passeggi, infine, anche se in realtà è stato all’inizio del mese, su una spiaggia, di mercoledì pomeriggio e qualcuno ti fa pensare alle cose che il mare porta a riva e allora respiri profondamente e poi, espirando, gli affidi un po’ di malumori, sperando che se li porti via, su spiagge lontane.

Altro(ve)

Non ho scritto per un po’ di giorni, ma qui c’è una cosa mia.

(Eh sì, a volte mi vengono fuori anche pezzi mediamente allegri; solo che, essendo Altro rispetto all’umore generale del blog, si sentono maggiormente a proprio agio se vengono pubblicati altrove.)

Die ganze Wahrheit

Il momento in cui ci si abitua alle bugie è il momento in cui si diventa feticisti della verità. La si vuole tutta per sé e agli altri non si riservano che menzogne, si sta maggiormente in silenzio per cercare di capire il significato dei silenzi altrui e le parole vengono usate per insinuare, non più per comunicare.

Il momento in cui si brama la verità, la verità che vogliamo, non già la verità per come essa è davvero, è il momento in cui la si perde definitivamente, perché essa non può palesarsi a chi la cerca in maniera bipolare e ad essa aspira, ma con le proprie azioni la evita e cerca di ri-costruirla e, nel contempo, la distrugge .

Il momento in cui si è soli e non si ha né da nascondere né da cercare alcunchè è il momento in cui si può sinceramente ammettere quanto siano dannosi il cercare e il nascondere, per l’impoverimento che apportano al momento in cui si è soli.

In-quiete

Era seduta sul bordo della panca, in una posizione che ai più sarebbe sembrata estremamente scomoda: gambe accavallate, schiena allungata in avanti in modo da poter appoggiare il gomito sul tavolo, viso completamente distorto dal peso della testa appoggiata sulla mano dalla parte della guancia destra; intorno la gente si dava un gran da fare per divertirsi, con quell’iperattività estenuante che dimostrano alcune persone quando vogliono rendere indimenticabile la serata, senza sapere che sono altre le cose indimenticabili, pensava lei senza battere ciglio. La memoria è il marchingegno che ci provoca dolore, nel caso di ricordi spiacevoli, e melanconia, nel caso di ricordi piacevoli, ormai lontani, fossilizzati nella luce con cui abbiamo scelto di portarceli dentro; la sua memoria, di immagini e frasi ed espressioni, ne aveva incamerate come un qualsiasi cervello umano normodotato, ma ognuno, e quindi anche lei, ha la presunzione di avere i ricordi più interessanti, coi colori più caldi e adesso, in quella posizione forse oggettivamente improponibile, aveva deciso di passare in rassegna le ultime registrazioni.
Pensava. che lui ha saputo dire l’unica frase appropriata, che prenderla come una cosa naturale è l’unica cosa naturale da fare, che lei in quel momento aveva ricordato quel consiglio, ma non ricordava chi gliel’avesse dato, secondo il quale per le cose importanti si deve piangere una sola volta, con la persona giusta, e poi continuare a fare altro, magari a vivere, di striscio; che ora che aveva pianto e appurato di averlo fatto con la persona giusta, poteva iniziare, ricominciare a fare altro. che lei una sera di aprile, ben prima che enormi paroloni spuntassero fuori, aveva sentito rumori di morte, come se questa fosse entrata in casa sbattendo la porta senza la minima intenzione di andarsene, che gli altri dormivano, quella notte, e i cani fuori abbaiavano e lei s’era messa a leggere restando bloccata sulla stessa riga per interminabili minuti. che quell’uomo pronunciava quella sentenza non rendendosi conto di quanto male fossero abbinate il rosso della sua polo con il verdino delle tende di quella clinica e la tragicità delle sue parole con questo strafalcione cromatico. che c’era un sacco di gente, un’altra sera, e tutti avevano l’aria un po’ goffa di chi ha mangiato troppo per troppi giorni e lei da fuori riusciva a intravedere facce che prima conosceva e ora invece erano ingrassate arrossate intristite e sembrava di non averle mai viste, mai conosciute. che alcune facce invece non cambiano, non si sbiadiscono e non si fanno più marcate, semplicemente restano lì a guardare sporgendosi dalle foto, ogni tanto si riesce persino a sentire la loro voce. che lei è l’unica a guardare il cielo, un’altra sera, a guardare il cielo e le nuvole rosse e pensare che presto pioverà.
Il locale man mano si riempiva di gente, i cui profumi si mischiavano con l’odore forte dell’umidità delle pareti, lei era seduta in quella posizione scomoda, così scomoda che aveva solo voglia di restare ferma a pensare un altro po’. Il corpo immobile e la mente scossa da un continuo andirivieni di ricordi. Solo per un altro po’.