November breaking news

baronciani - Munari

Piccole influenze ed un paio di mani fredde da scaldare guardando Miyazaki; riuscire a distinguere l’ondata di ossitocina, mentre si cerca la posizione più comoda per restare rivolti verso lo schermo, pur senza separare alcuna millimetrica porzione del proprio corpo da millimetriche porzioni del corpo dell’altro. Mattinate fredde e soleggiate in cui alcune persone confessano cose che potrebbero sembrare bruttissime per le conseguenze che hanno comportato, invece sono bruttissime per il disagio dal quale sono state causate. Chiacchiere con le amiche e la riscoperta di un lato del femminile messo da parte, in questi due anni, nel disperato tentativo di piacere agli altri, smettendo di preoccuparsi dell’effettivo piacere procurato dagli altri (e ritrovare quella frase, in mezzo a delle pagine che un tempo facevano solo ridere, quella frase sul fatto che quando si cerca di piacere agli altri si perde quel che abbiamo di tagliente che colpisce al primo incontro e ci si lega alla lunga catena di umana fallibilità). Passare dei momenti immersa in una solitudine che non spaventa, ma riconcilia e non tremare più ascoltando una voce che per lungo tempo ha saputo dire, in modo poco bilanciato, parole dolci e parole atroci e i sei un incubo, i ti amo, i non provo attrazione per te, i mi manchi già, i saluti in stazione, i messaggi di buonanotte, le lotte di solletico e tutta un’intera e tormentata ed inutile e totalmente ingiustificata storia si raggomitola e si mette in un angolo mentre restano in primo piano, perfettamente a fuoco, tutti i brevi caldi intensi momenti di ogni giorni in cui sei tu a scegliere e la smetti di farti scegliere.

Paris calling

Ho accompagnato K. in stazione e sono tornata in comunità. Per la prima volta, gli ho detto di saper parlare la sua lingua madre, nella quale mi ha poi detto di essere felice di essere libero e allora io ho citato quella famosa frase di Sartre, per dirgli che la libertà implica delle grosse grossissime responsabilità, lui mi ha detto che sono colta e che si sarebbe preso cura di sé e che non c’era bisogno di dirci addio perché ci saremmo rivisti a Parigi “Tu starai facendo un viaggio e io sarò tornato al mio lavoro a Montparnasse”. Ecco, io so che forse non riuscirà a prendersi cura di sé e che quasi sicuramente non lo rivedrò più, né a Parigi né altrove, ma l’ho lasciato in stazione sorridendo, sperando di sbagliarmi almeno sul primo punto. Il treno se l’è portato via e io sono tornata in comunità, riflettendo sui distacchi.

Ho trovato L. che infilava i peperoncini lungo un filo, non so di quale materiale, gli altri erano seduti in cerchio e lo guardavano, cercando di capire come fare. L. è il caposaldo del gruppo, ma un giorno andrà via anche lui e andrà via anche D. che adesso rivolge la parola solo a me, anche M. che vuole tutto e subito e ripete “Mena mena mena” così tante volte che alla fine non lo senti neanche più. E. che continua a starnutire da un mese, maledicendo il metadone; B. che mi parla sempre dei suoi figli e vorrebbe essere di nuovo a casa per la festa patronale; F. B. e F. che sono appena arrivati e ancora evitano di guardarmi negli occhi; V. con le sue pagine di diario lette ad alta voce e le cose migliori lasciate tra le righe; A. che si guarda i tatuaggi e dice di volergli togliere tutti, P. che legge e rilegge Opinioni di un clown e tutti quanti, con i loro modi sbilenchi di stare al mondo e con la loro capacità di sorridere ed incazzarsi nel tempo di un respiro, tutti questi uomini che, per una combinazione di scelte ed imprevisti, si ritrovano tra queste mura antiche a raccontare le proprie storie di vita, tutti quanti, un giorno, andranno via, in cerca della propria Parigi e andrò via anch’io e, per ora, vorrei solo riuscire a conservare nella mente i dettagli di ognuno di loro e, quando sarà tempo, trovare il modo giusto di salutarli, uno ad uno.

 

Ombre di sorrisi

Alla guida, con il sonno che le rende le palpebre ingestibili, mostra un vago sorriso di soddisfazione, di quelli che vengono spontanei quando si sente la svolta arrivare. Quelle ombre di sorriso, smorzate dalla luminosità di modestia e timidezza, che si intravedono subito dopo un bel voto, nel momento in cui si dice una cosa giusta nel modo giusto, un attimo prima del primo bacio, quando si è sulla strada giusta per tornare a Casa.
Alla guida, con le mani placidamente adagiate sul volante, sente il corpo morbido e rilassato, come se, dopo lunghe ricerche, sentisse di aver trovato un approdo sicuro. L’oscurità la inghiotte negli ultimi tre chilometri, una parte del cervello si concentra sulla strada, la parte restante si volatilizza tra mille fantasie di calore, odori e sapori, probabili, potenziali, forse finalmente possibili.
Alla guida, con le palpebre ingestibili e le mani morbide, si sente felice per essere riuscita a riempire ogni minuto della giornata con piccole cose piacevoli e quando decelera, sul vialetto di casa, si sente calma, appagata, ottimista. Non sembra proprio così, a vederla da qui, mentre si appoggia sul muso dell’auto, volge il naso all’insù e per la prima volta, dopo mesi e mesi, apprezza la luce di tutte queste stelle, nel cielo d’autunno ormai buio da ore?

Puntinismo (atipico) di ottobre

Passo il mio tempo,
solo sulla spiaggia mentre guardo questo mare caldo,
forse un giorno manderò un messaggio, se dovessi farlo,
vorrei scriverci soltanto al momento sono sano e salvo
ma c’è mancato un attimo

Il puntinismo di ottobre è quello che mi viene più difficile, almeno da un paio d’anni, perché ottobre è un mese feroce, il mese dei distacchi, il mese che solitamente mi porta via ciò che amo.
Quest’anno, nonostante sia iniziato nel suo classico stile arrogante, quest’anno, ottobre gira bene: era estate fino ad un paio di giorni fa, ero stesa in spiaggia, ascoltavo la radio e, ad un tratto, hanno passato questa, ripescata da ricordi adolescenziali, e, allora, ci penso, e sì, mamma, sono sana e salva, anche se tu non ci sei più e non c’è più la vecchia me e non ci sono più tante altre persone che consideravo imprescindibili.
Sono sana e salva perché sembra essere passata la paura di raccontarmi a chi ancora non mi conosce e di farmi conoscere per come sono e non per com’ero prima, la paura di provare ad essere felice in un modo nuovo e mai sperimentato. L’unico punto di ottobre è un enorme punto interrogativo, ma di quelli che non fanno paura, di quelli che lasciano spazio a risposte splendide, inaspettate, risposte che mi tolgono il fiato con la loro banale bellezza, proprio nel momento in cui stavo per tirare un sospiro di rassegnazione alle brutture di ottobre.

 

Svarioni

Ti sento sbuffare, ansimare, guardo i pori della tua pelle dilatati, le chiazze rosse sul viso. Ci guardiamo negli occhi mentre mi dici di essere stanco, ma questa volta non capisco veramente cosa intendi.
D’un tratto, vedo le palpebre che ti si chiudono in slow motion, vedo il tuo corpo accasciarsi, vedo il mio braccio che ti si infila dietro la schiena nel vano tentativo di sorreggerti. Infine, sei a terra, privo di sensi, mi blocchi un braccio ed una gamba col peso del corpo. Chiedo aiuto agli altri che arrivano subito.

Ci guardiamo negli occhi, mentre mi dici di essere stanco. I tuoi occhi sono la prima cosa che mi si è parata davanti, in quel primo giorno, e il tuo nome è il primo che ho memorizzato, grazie a quegli occhi, chiari, arrabbiati, che, prima di lasciarsi stringere da un sorriso, scrutano, indagano. Mi piace sempre cogliere il momento in cui si rilassano e si inarcano, mentre per un attimo si dissolve la nebbia di cattivi pensieri che li rende opachi. Per portare in giro un paio d’occhi così, bisognerebbe avere il porto d’armi.

Ma questa volta non capisco veramente cosa intendi.  E ti rispondo come se parlassi di stanchezza psicologica, attacco a parlare del tempo, di alcuni desideri da tenere a freno e di un sacco di altre cose che non c’entrano nulla col fatto che

D’un tratto, vedo le palpebre che ti si chiudono in slow motion. La tua schiena, il mio braccio, il tuo corpo privo di sensi. Chiedo aiuto agli altri che arrivano subito, ma non abbastanza da impedirmi di notare che il tuo viso disteso sembra un altro viso e più bello rispetto a quello che conosco, sfigurato dall’insonnia. E chissà come saresti fuori di qui, fuori dalla tua vita, con un’altra vita addosso.

- Speravo di svegliarmi con Gruff, Svarionato, ce l’hai presente?
Forse.

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