Puntinismo di Settembre

• Impari tante cose in pochi giorni, impari quelle cose delle quali hai tanto sentito parlare, ma ora te le trovi davanti e le capisci davvero. Impari che le persone sono più inclini a fidarsi di te, se tu dimostri di fidarti di loro per prima. Impari che il timore automatico che si prova verso qualcuno che ha fatto male agli altri o a se stesso scompare nel momento in cui intravedi la faccia in ombra della sua umanità. Che, a volte, per fare bene basta agire spontaneamente e poi, con calma, ripensare e valutare quelle azioni. Che anche quelle relazioni che ti sembra difficile far crescere si nutrono dei buongiorno e dei comestai e di quei silenzi condivisi nei quali dimostri di non essere a disagio. Che la forma del sorriso di alcuni uomini si fa indescrivibilmente morbida quando ricordano un amore impossibile e abbandonato nella cesta dei ricordi sporchi

• Hai una mano sul viso che ti tappa bocca e naso. Non è la tua mano. È la stessa mano che ti spinge e ti schiaffeggia. È una mano che credevi di conoscere e invece ne avevi totalmente ignorato l’essenza, il nucleo centrale. Dopo, non ti senti avvilita o triste, ti senti sporcata, per la prima volta nella tua vita, sporcata e arrabbiata. Tornata a casa, fai una doccia di un’ora, ascolti Leonard Cohen e lasci che le mani, le tue, quelle che ti hanno difesa senza che fosse il tuo cervello a controllarle direttamente, lasci che quelle mani ti scorrano su tutto il corpo. Morbide, accoglienti e consolatorie mani che impari a conoscere soprattutto nei momenti di inaspettato dolore.

• Ti addormenti al sole, come se fosse ancora estate. Sogni di seguire una te bambina su un sentiero nel bosco che conduce ad una piazzetta panoramica a picco sul mare. Ti dice che ha paura e tu le rispondi che ti stai esercitando a non avere paura della tua stessa paura. Lei trotterella indietro sul percorso, coi capelli lunghi e morbidi che le fanno delle curve dietro la schiena, mentre tu resti lì a stupirti dei riflessi dorati che il sole al tramonto riesce a creare sul mare. Quando ti svegli, hai freddo e l’autunno ti fa immediatamente venire voglia di tornare a casa, sul tuo divano, tra i tuoi libri.

• Ci sono persone che sono troppo lontane. Mentre tu vorresti le stanze piene del loro profumo.

• “Se tu mi fai toccare il tuo pancino, io ti faccio toccare il mio pisello”. Sbrigati ad inglobare quest’adorabile bimbo, periodo di latenza.

Torno a casa a piedi

Ventisette anni di vita in provincia mi hanno insegnato, se non proprio ad odiare le, quantomeno a diffidare delle piccole comunità – quello psicopatico di Von Tier, tra Dogville e Le onde del destino, avrebbe potuto lasciarmene almeno uno da scrivere, sarei stata bravissima, ne sono sicura, sarebbe venuto fuori un film soleggiato ma ugualmente angosciante – ma, dicevamo, ventisette anni di vita in provincia mi hanno insegnato che, per esempio, solo in un piccolo paesino può capitarti che muioia la tua zia preferita e che, dopo sette o otto giorni dalla sua dipartita, tu vada al cimitero con tuo zio, suo marito, e che ben settecento persone si mettano a mormorare di una relazione del vedovo con una giovanissima ragazza dell’Est, mentre il corpo della povera moglie è ancora caldo; sì, la ragazza giovanissima dell’Est saresti tu. Nei paesini, sostanzialmente, non succede mai nulla e, solitamente, si beccano anche pochi canali tv: la gente deve passare il tempo in qualche modo e, quando si diventa maligni, il tempo vola!
La provincia dove mi sono ritrovata a nascere e vivere finora, dimenticavo di aggiungere, è uno di quei posti che d’inverno sono praticamente chiusi, ma d’estate aprono le porte a migliaia e migliaia di turisti che ingrassano le tasche degli esercenti, affollano le spiagge, pogano ai concerti di pizzica e, a volte, in preda a possessione demoniaca o solo alcolica assumono atteggiamenti che, ne sono sicura, nelle loro operose zone di residenza non gli vengono neppure in mente. E vada il turismo, e vada pure il turismo di massa, ma una sera, dopo che allegri ragazzotti hanno lanciato in aria una bottiglia piena di ghiaccio, dopo che quella bottiglia è precipitata sulla mia clavicola, dopo che i miei amici hanno iniziato a guardare in cagnesco gli allegri ragazzotti e dopo che gli allegri ragazzotti sono venuti a scusarsi e a chiedermi il numero di telefono (e io gli ho dato il numero di emergenza di una comunità di recupero dalle tossicodipendenze, ovviamente), dopo tutti questi avvenimenti mi sono ripromessa di cercare di andare via, ogni anno, nella stagione dell’ondata turistica. Tanto la pizzica neppure mi piace, mi sono detta.
È anche vero che, come la maggior parte dei giovani si ritrova a criticare le scelte ed il modus vivendi dei propri genitori per poi, in qualche modo, ripercorrerne le tappe o trovarsi un partner molto simile a loro, così io, che ho sempre odiato i paesini e ho giurato che mai e poi mai avrei fatto in modo di trovarmici a mio agio, io che avevo promesso a me stessa di scansare le zone di mappe e turismo e affittacamere ed escursioni guidate, proprio io mi son scelto come luogo del cuore, un buco d’Italia che conta settecento anime e troppi turisti. Ma la verità è che ogni volta che ci torno, ho quella splendida sensazione di trovare tutto cambiato, ma in misura così infinitesimale da poter giurare che, in fondo, sia rimasto tutto uguale, anche se lo so che un po’ è cambiato e so anche che, quel posto, si deve guardarlo e conoscerlo bene per percepirne i piccoli movimenti in divenire. Sempre in quel posto che cambia, anche se sembra che resti uguale, ma in fondo lo sai che cambia, vai a ritrovarci una parte di te che, prima di ripartire, ogni volta, riponi nel vecchio armadio. Quella parte che è più rilassata nei rapporti sociali, meno pregiudiziosa e meno giudicante, quella parte di te con cui, probabilmente, è più piacevole parlare e lo vedi, infatti, che la gente ti saluta in un modo diverso, in quel piccolo paesino. E passi il tempo su un divano a commentare i documentari di Rai Storia, su un gradino a bere e guardarti intorno oppure su una panchina assieme ad un cast improbabile di tre persone – uno di loro ti chiede di farti una foto e, ricollegando quello ad altri sguardi e comportamenti, solo quando sei sola ti rendi conto che, forse, è un po’ inquietante (ecco allora perché, senza pensarci neanche tanto, ti ho mentito, L., circa l’aeroporto dal quale sarei ripartita!).
Non appena riesci a ritagliarti due minuti di solitudine, ogni sera, ti sporgi dal sentiero a picco sul mare, senti quell’odore salino che arriva fin lassù soprattutto nei giorni di mare grosso, guardi in fondo le luci dei pescherecci e, alla tua destra, le luci del paesino accanto. Dopo tanti mesi, realizzi che ti è venuta fame, non quella fame d’emergenza che sopraggiunge dopo tanto digiuno-, una fame diversa, tranquilla, rilassata, non giudicante, come te ora. Risali in paese, saluti il gelataio, ti fermi dal fornaio a comprare due strudel e torni a casa a piedi. E ti piace la vita in paese, ma lo pensi in un modo vago, in modo che l’altra parte di te non possa coglierlo.

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L’estate per Irene

Quest’estate, sprazzi di sole affogati da temporali imprevedibili, fresco di sera e giacca di cotone appoggiata sulle spalle scoperte, quest’estate sarebbe stata l’estate per te, che odiavi il caldo e iniziavi da giugno ad aspettare l’arrivo dell’autunno. E odiavi anche il mare ed i miei piedi sporchi di sabbia e la città piena di turisti vestiti male. Quest’estate è diversa, non sembra neanche di essere dove sono realmente: guardo il tramonto, seduta sul davanzale, e ascolto De Gregori perché a me non è mai piaciuto, ma a te sì ed eri fottutamente intonata quando canticchiavi i suoi pezzi, girovagando per casa Irene, al quarto piano, è lì tranquilla, si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta .
E va così, cerco di abituarmi alla assenze, ma poi mi capita di restare bloccata in centro, di notte, per un temporale che mi impedisce di tornare a casa e lì sotto, sotto il balcone che tenta di proteggermi dall’acqua, penso che se non ci sei tu a preoccuparti per me, allora un po’ sola lo sono per davvero, ma è una solitudine pacifica, non lacerante; una solitudine che, a volte, mi blocca e mi fa chiedere “Chissà cosa ne penserebbe?”, me lo chiedo pur sapendo di non poter ricevere risposta. Vai a capire perché poi.

Dei silenzi imperturbabili

Alla fine, ci sono andata, in quel posto.
C’erano due antiche masserie immerse nel verde, le palme sul viale d’entrata, una decina di ragazzi che parlavano in cerchio nel grande atrio di marmo e la direttrice nel suo ufficio, vestita in modo informale. Passando in macchina, verso il parcheggio, ho visto l’orto ed i cavalli, ho notato come solo il rumore del mio motore rompesse un silenzio altrimenti solido, imperturbabile.
Ci sono andata e la persona di fronte a me non faceva che ripetermi che in un posto del genere non si lavora con la pretesa di cambiare gli altri, di “guarirli”, o con la tendenza ad impietosirsi. Si lavora animati dalla predisposizione ad ascoltare ed imparare ogni singola persona, con la sua storia personale ed in nulla generalizzabile. E, anche se era il classico discorso banale, sentito dai primi anni di università, in quel momento, in quel luogo, circondata da tutte quelle persone che continuavano a svolgere le proprie silenziose attività, a me è sembrato di capire veramente che cosa volesse dire.
Infine, ho pensato a te. Chissà se ci sarei mai finita, in un posto così, se non ti avessi incontrato, capito ed amato; chissà se a te sarebbe piaciuto pensarmi al lavoro tra quegli alberi, a parlare la lingua semplice del dolore e della reazione al dolore. So solo che in un pomeriggio di luglio, mentre eravamo seduti sui gradini dell’ex convitto, ho appoggiato il viso alle tue ginocchia e ho iniziato a piangere perché avevo paura di non rivederti più. Ci conoscevamo da tre giorni, ti avrei rivisto per altri cinque anni, mi hai appoggiato una mano tra i capelli, muto di un silenzio imperturbabile, e hai iniziato a starmi vicino come mai nessuno ha saputo fare, nella mia vita, anche se il caldo ti faceva soffrire e l’idea di partire ti mandava in ansia. Ma io, tutto ciò, in quel pomeriggio di luglio, sui gradini dell’ex convitto, ancora non lo avevo capito.

Abbastanza

Non è mai troppo tardi per costruirsi un’adolescenza insicura

“Are you eating enough?”. Eccola, ora l’ho collezionata anche in Inglese!

Sono tutti preoccupati e affettuosi, per carità, ma ogni volta che mi sento porre questa domanda, mi viene la voglia di rispondere, a mia volta, con una domanda, o qualcosa del genere.
“Se il mio peso sfiorasse i 100 kg, ti sentiresti in diritto di dimostrare così apertamente la tua preoccupazione, con una domanda così diretta circa le mie abitudini alimentari? Non so…mi chiederesti se sto mangiando troppo? Mi chiederesti se sono solita fare il bis? Se sto passando un brutto periodo che mi fa ingurgitare l’intero frigorifero e non solo il suo contenuto? Perché, vedi, anche essere in sovrappeso può essere molto dannoso, ma la tua cultura ti ha insegnato che dire ad una donna che è grassa è male, condurre la propria campagna di Tolleranza zero contro l’anoressia –o qualcosa che tu ritieni tale- quello è bene e allora via a dirmi che sono troppo magra e che dovrei mettere su qualche curva (davvero? Qualche curva? Come se fossi un circuito di Formula 1? Dici che altrimenti la corsa diventa noiosa?) o magari eccoti a chiedere ai miei amici, a loro (!), se mangio abbastanza. Ti sembra un modo umano, rispettoso, galante, ma soprattutto discreto di essere apprensivi? Mi sembra delicato quanto quelle immagini che trovo online con didascalie che dicono che ai cani piacciono le ossa e ai veri uomini la sostanza, mentre nel mio mondo dorato nessuno dovrebbe mai permettersi di paragonare una donna ad un osso o un uomo ad un cane per il semplice, trasparente motivo che ognuno è come è e gli piace ciò che gli piace”.
Sì, caro Will, sto mangiando abbastanza, semplicemente sono sempre stata così magra e mi sono sempre piaciuta. Non mi piaccio, invece, quando penso e scrivo righe arrabbiate come quelle poco più sopra che, no, non erano dirette a te e al tuo modo trasparente di trattare la realtà. Tu sei solo la goccia, Will, ma capita spesso, ormai, che le parole e le domande delle persone trasformino in problema una cosa che mi è sempre sembrata naturale, anzi, sono quelle domande, quelle parole, ad essere un problema. E ti prometto che sarò meno arrabbiata, continuerò a mangiare abbastanza e a sentirmi bella per tutto ciò che ho, anche se agli occhi di molti quel tutto si riduce ad un mucchio d’ossa poco invitante.

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