#1 Viola

Viola, di spalle, davanti al mobilio che brucia.
Viola, prima del Tentativo, prima che si facesse sfiorare le guance dal naso del mio ragazzo, prima che lo venissi a scoprire in modo grottesco, prima della mattina di sole in ci mi sono rifugiata in un’antica biblioteca a canalizzare la rabbia nell’unico modo a me congeniale, sulle lettere di una tastiera, chiedendomi quale sia il motivo cosmico per cui certi suicidi, proprio quelli di gente che per anni ha atteso come un avvoltoio la tua resa, non vengano.
Viola, di spalle, che osserva il rogo. Dubito che riesca a vederlo davvero.

#2 Margherito

Life begins when you’re in love

A me, i miei baffi sono sempre piaciuti. Alla mongola, a manubrio, mettila come vuoi. Mi sono sempre piaciuti tantissimo: mi facevano sembrare alto, imponente, uomo anche quando ero un adolescente, alto meno di un metro e settanta e di virile non avevo che, appunto, i baffi.
Non ci facesti fatto neanche caso, a quei baffi, quando ci conoscemmo, ne sono sicuro: uno accanto all’altra, attraversammo il centro storico innumerevoli volte, lasciandoci inghiottire da quei vicoli inanellati che ci riportavano sempre al punto di partenza. Parlammo di musica e di legno, quella sera, e non sembravi infastidita, come lo saresti stata nei mesi successivi, da quelle due lingue di pelo che mi contornavano il labbro superiore.
Quei baffi mi piacevano anche perché mi nascondevano le labbra, ché quando sorridevo s’increspavano in una strana smorfia e, anche quando parlavo, tendevano a seguire traiettorie inconsuete. Quei baffi, quelli dei quali ti lamentavi perché “sono da vecchio”, perché “lo vedi, mi irritano il viso?”, perché “solo nei film finlandesi, c’è gente che li porta allo stesso modo”, perché “sarebbero più dignitosi quelli alla Hitler”, quei baffi li ho tagliati il giorno in cui sei andata via. Un disperato, patetico, gesto scaramantico che, ne ero convinto, ti avrebbe ricondotta a casa.
Ma la nostra relazione era un mutilato di guerra, alla fine: ogni giorno ne avevamo perso un pezzetto, senza accorgercene. La nostra relazione era che, ogni volta che avevi bisogno di me, io ero fuori a fumare; era andare avanti ed indietro, salutarsi ritrovarsi salutarsi di nuovo, senza uno scopo specifico, senza un piano di fuga dalla ripetitività delle azioni.
Radermi, in fondo, non è stato così difficile come pensavo: sapevo che per un po’ di tempo non avrei sorriso né parlato più di tanto. Non potevo prevedere, tuttavia, che, chino sul violino nascente al quale stavo lavorando, non avrei più avuto l’espressione di contrita concentrazione, l’unica capace di motivarmi quando, velocemente, mi scrutavo nello specchio posto in fondo alla sala.
Non tornasti più, inghiottita dal tempo e dai biglietti ferroviari, e quel violino non suonò mai bene come avrebbe dovuto.

matti pellonpa

Puntinismo di Aprile

• Hai una riunione di lavoro al -1, chiedi in portineria come raggiungerlo e ti senti rispondere “Signorina, deve prendere lo scivolo. Non si lasci ingannare dalle apparenze: è molto comodo”. E allora prendi lo scivolo ed arrivi non in una sala riunioni, ma in una sala cinema fumosa e sullo schermo ci sono foto bellissime e di sottofondo senti La foule. E questo è un altro di quei sogni che finisce prima del ritornello.

• Addormentarsi ad Aprile. Addormentarsi con i caldi abbracci del sole allo Zenith, addormentarsi con le carezze di un vento ancora fresco, ancora primaverile, addormentarsi con la nenia cantata dal mare agitato. Addormentarsi ad Aprile può rivelarsi un’azione definitiva, assoluta, almeno per il primo paio d’ore.

• Una sera hai paura, guidi con le gambe di gelatina, l’asfalto sembra muoversi come le lenzuola stese ad asciugare e tu credi che inghiottirà te e la tua auto, da un momento all’altro. Ma premi un pulsante e qualcuno canta di un cuore di vetro e tu ti squarci la gola per stare dietro ad ogni verso che ricordi stupefacentemente bene.

• Sonno, sempre sonno, troppo sonno. Così tanto che tutti gli altri punti si perdono in quelle parentesi tra un risveglio ed un addormentamento.

Puntinismo di Marzo

Pierrot le fou - J.L.Godard

Pierrot le fou – J.L.Godard

(Quello che non ho sei tu dalla mia parte)

• Non è la voce che ti aspetti, guardando il nome sullo schermo. Rispondi ed è un boato, un boato che stona Tanti auguri a te, è un’intera squadra di pallavolo e tu sei ferma al semaforo e ridi e pensi alle idee delle amiche che sono autostrade istantanee: in un attimo sei lì insieme a loro, poi la telefonata si chiude di colpo e l’auto dietro ti ricorda che è scattato il verde, chissà da quanto. Acceleri, acceleri e sorridi.

• Eppure ci sono litigi simili ai falò nella calma delle spiagge notturne. Litigi e parole cattivissime che vengono fuori senza controllo e toni di voce che non avresti mai immaginato e quando la luce si abbassa, quando dovrebbe sopraggiungere il sonno riparatore, arrivano invece delle idee a base di caffeina e l’alba arriva in un attimo dietro le persiane chiuse. Questa volta, no, non sorridi al cielo che si schiarisce.

• Sei nel fossato del castello ad aspettare un concerto che non inizierà mai e poi scompari chissà dove e qualcuno ti racconta di quella musica bellissima nell’aria, un suono perfetto, tanto da sembrare irreale, mentre si era alla tua ricerca. Ed era per davvero tutto irreale e quando vieni a sapere di essere la girovaga nei sogni degli altri, resti stesa e sorridi a pancia in su. Chissà come sarebbe la tua espressione guardata dal soffitto.

• Persone che vengono a trovarti, persone che ti telefonano, persone che le incontri per sbaglio e senti che il cuore ti salta in gola per lo stupore, persone che vedi sempre e che daresti per scontate se non fosse che ogni singolo giorno di ogni mese contribuiscono in maniera involontaria al tuo descrivere la vita per punti, per poi guardarla da lontano e coglierne il senso globale che è sempre inequivocabilmente venato di tutti i loro sguardi. Vorresti ringraziarle una per una, tutte queste persone, perché da quando hai imparato a fare a meno della solitudine perenne, lo scudo che ti preservava dal rischio di ammettere di essere nel torto, a volte, da allora, solo da allora hai iniziato ad essere veramente felice.

Due minuti

- Ah, ventisette anni!
- Non ventisette, ventisei…
- Ok, non sei così stonata come sembri. Comunque…che ti ha detto la Federica?
- Oh, scusa, ma non riesco a parlare tanto.

Il paesaggio scorre, fuori dal finestrino, in quel modo che solo un paio di occhi ubriachi possono cogliere, con la luce dei lampioni che disegna degli archi perfetti e le case, in lontananza, che sembrano prendersi per mano per un girotondo. In auto c’è caldo eppure fa freddo, come quando si ha la pelle bollente, ma solcata da brividi più interni. I suoni sono lì, allineati, perfettamente distinguibili, ognuno al suo posto e basta chiudere gli occhi per far sì che lascino delle scie colorate sotto le palpebre. Le viene in mentre Strade Perdute, ogni volta: guarda l’asfalto, il suo modo specifico di scorrere in determinate sere, e pensa ai titoli di testa, alla riga di mezzeria, alla colonna sonora…si sente musica, all’inizio del film? Chissà. Finito il pensiero, finito il tragitto, il motore si spegne con un sospiro di sollievo, il gatto del vicino si rifugia accanto alle ruote e lei dice quello che dice ogni volta.

- Ok, due minuti per farmi coraggio e scendo.

Nessuna risposta. Lo sanno tutti che quella frase non significa niente, che due minuti sono solo uno dei tanti tasselli di un attesa lunghissima, che è una di quelle bugie che lei adora ripetere per darsi un tono, per dimostrare quanto sia lucida la sua percezione del tempo quando, in realtà, non lo è affatto.

- Se domani, c’è il sole, potremmo fare un giro, nel pomeriggio…
- Anche, sì.
- E dove vorresti andare, eh?
- Lo so che mi stai facendo tutte queste domande per tenermi sveglia: in realtà, mi sento benissimo. Se escludo la nausea. E le gambe molli. La tesa che gira…e la lingua di lana.
- Ti senti benissimo, capisco.
- Sì e ti chiederò il risarcimento del danno morale per aver nominato la Federica mentre ero sballata. Cristo, la Federica. Che pessimo pensiero.
- Povera ragazza…ok, due minuti sono passati, ti accompagno su.
- E sono ventisei, non ventisette. Posso salire da sola, indicami solo il cancello di casa mia…mi confondo ancora, alle volte.
- Sai una cosa? È più bello quando continui a ripetere due minuti e poi non scendi mai.

Più tardi, in alto, si approssima un’alba timida: si fa spazio, dall’oscurità, la forma del campanile, là in fondo; la luce dei lampioni crea quella sfumatura salmone, contro il cielo ormai più chiaro.  Si accende un neon, dietro una persiana della casa all’angolo: qualcuno, forse, sta preparando il caffè con gesti assonnati, morbidi. Della stessa morbidezza dei movimenti di lei che scende e si chiude il portoncino alle spalle, dopo aver raggiunto il mattino camminando su un ponte traballante e bellissimo, ricavato da travi di due minuti ciascuna. Sono ventisei anni, non ventisette e, scanditi due minuti alla volta, possono sembrare molti di più. O anche molti, molti meno perché il tempo ha una consistenza diversa, quando ci si concede la calma di trovare delle cose speciali e di non distaccarsene tutto d’un tratto.

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