Ombre di sorrisi

Alla guida, con il sonno che le rende le palpebre ingestibili, mostra un vago sorriso di soddisfazione, di quelli che vengono spontanei quando si sente la svolta arrivare. Quelle ombre di sorriso, smorzate dalla luminosità di modestia e timidezza, che si intravedono subito dopo un bel voto, nel momento in cui si dice una cosa giusta nel modo giusto, un attimo prima del primo bacio, quando si è sulla strada giusta per tornare a Casa.
Alla guida, con le mani placidamente adagiate sul volante, sente il corpo morbido e rilassato, come se, dopo lunghe ricerche, sentisse di aver trovato un approdo sicuro. L’oscurità la inghiotte negli ultimi tre chilometri, una parte del cervello si concentra sulla strada, la parte restante si volatilizza tra mille fantasie di calore, odori e sapori, probabili, potenziali, forse finalmente possibili.
Alla guida, con le palpebre ingestibili e le mani morbide, si sente felice per essere riuscita a riempire ogni minuto della giornata con piccole cose piacevoli e quando decelera, sul vialetto di casa, si sente calma, appagata, ottimista. Non sembra proprio così, a vederla da qui, mentre si appoggia sul muso dell’auto, volge il naso all’insù e per la prima volta, dopo mesi e mesi, apprezza la luce di tutte queste stelle, nel cielo d’autunno ormai buio da ore?

Puntinismo (atipico) di ottobre

Passo il mio tempo,
solo sulla spiaggia mentre guardo questo mare caldo,
forse un giorno manderò un messaggio, se dovessi farlo,
vorrei scriverci soltanto al momento sono sano e salvo
ma c’è mancato un attimo

Il puntinismo di ottobre è quello che mi viene più difficile, almeno da un paio d’anni, perché ottobre è un mese feroce, il mese dei distacchi, il mese che solitamente mi porta via ciò che amo.
Quest’anno, nonostante sia iniziato nel suo classico stile arrogante, quest’anno, ottobre gira bene: era estate fino ad un paio di giorni fa, ero stesa in spiaggia, ascoltavo la radio e, ad un tratto, hanno passato questa, ripescata da ricordi adolescenziali, e, allora, ci penso, e sì, mamma, sono sana e salva, anche se tu non ci sei più e non c’è più la vecchia me e non ci sono più tante altre persone che consideravo imprescindibili.
Sono sana e salva perché sembra essere passata la paura di raccontarmi a chi ancora non mi conosce e di farmi conoscere per come sono e non per com’ero prima, la paura di provare ad essere felice in un modo nuovo e mai sperimentato. L’unico punto di ottobre è un enorme punto interrogativo, ma di quelli che non fanno paura, di quelli che lasciano spazio a risposte splendide, inaspettate, risposte che mi tolgono il fiato con la loro banale bellezza, proprio nel momento in cui stavo per tirare un sospiro di rassegnazione alle brutture di ottobre.

 

Svarioni

Ti sento sbuffare, ansimare, guardo i pori della tua pelle dilatati, le chiazze rosse sul viso. Ci guardiamo negli occhi mentre mi dici di essere stanco, ma questa volta non capisco veramente cosa intendi.
D’un tratto, vedo le palpebre che ti si chiudono in slow motion, vedo il tuo corpo accasciarsi, vedo il mio braccio che ti si infila dietro la schiena nel vano tentativo di sorreggerti. Infine, sei a terra, privo di sensi, mi blocchi un braccio ed una gamba col peso del corpo. Chiedo aiuto agli altri che arrivano subito.

Ci guardiamo negli occhi, mentre mi dici di essere stanco. I tuoi occhi sono la prima cosa che mi si è parata davanti, in quel primo giorno, e il tuo nome è il primo che ho memorizzato, grazie a quegli occhi, chiari, arrabbiati, che, prima di lasciarsi stringere da un sorriso, scrutano, indagano. Mi piace sempre cogliere il momento in cui si rilassano e si inarcano, mentre per un attimo si dissolve la nebbia di cattivi pensieri che li rende opachi. Per portare in giro un paio d’occhi così, bisognerebbe avere il porto d’armi.

Ma questa volta non capisco veramente cosa intendi.  E ti rispondo come se parlassi di stanchezza psicologica, attacco a parlare del tempo, di alcuni desideri da tenere a freno e di un sacco di altre cose che non c’entrano nulla col fatto che

D’un tratto, vedo le palpebre che ti si chiudono in slow motion. La tua schiena, il mio braccio, il tuo corpo privo di sensi. Chiedo aiuto agli altri che arrivano subito, ma non abbastanza da impedirmi di notare che il tuo viso disteso sembra un altro viso e più bello rispetto a quello che conosco, sfigurato dall’insonnia. E chissà come saresti fuori di qui, fuori dalla tua vita, con un’altra vita addosso.

- Speravo di svegliarmi con Gruff, Svarionato, ce l’hai presente?
Forse.

La conclusione del venerdì

Delle altre conclusioni d'autunno

- Smettila di leggerlo, è un messaggio troppo lungo e si vede che hai la faccia triste.

Alzo lo sguardo dal telefono, il mio vodka sour è pronto sul bancone, mi giro a sinistra e vedo questo tipo, pallido, allampanato. Un viso, nel suo essere irregolare, che mi ricorda qualcosa, non so bene perché.
Per una volta, decido di non essere sgarbata con lo sconosciuto di turno che cerca di rivolgermi la parola: gli dico che ha ragione, rispondo velocemente a quel messaggio lungo e spiacevole e metto via, per un attimo, il cellulare. Poi lo riguardo e ricordo.

Estate di qualche anno fa, festa in riva al mare, una di quelle sere in cui, inspiegabilmente, mi sento bella.
- Scusa, hai da accendere?
- Sì, un attimo.
Rovisto velocemente nella borsa e, sotto ai cumuli di cartacce e inutilità che puntualmente mi dimentico di gettare via, trovo il Clipper, glielo porgo distrattamente.
- E allora accendi ‘sta canna.

Quindi, non dico nulla, prendo il cocktail, sorrido e raggiungo nuovamente le mie amiche. Ma tu, sconosciuto, a distanza di anni, vinci sempre su tutti. Vinci su chi mi invita a non rivolgergli più la parola, vinci su chi fa finta di confondermi per la sua consulente e nasconde una brutta notizia in un mare di confessioni che non mi interessano, vinci sugli uomini belli dai brutti comportamenti e su chi agisce da adolescente pur avendo compiuto sedici anni già quasi tre volte.
Io, in certi giorni, non so bene se avere fiducia negli esseri umani, nell’altro genere, nelle amiche, nella fondamentale bontà d’animo degli altri; so solo che mi basta concentrarmi su un bel dettaglio ed usarlo come bussola per venir fuori, almeno per qualche ora, dal tunnel del dispiacere.

Conclusioni d’autunno

Quei due, cose belle, non se ne erano mai dette più di tante, neanche nei periodi di innamoramento pieno. Figuriamoci, ora, come gli veniva semplice odiarsi ed insultarsi e mal tollerarsi a vicenda. Figuriamoci come era fluita facilmente quella frase, quella constatazione sulla scarsa presenza di spirito di lui, riassumibile con un aggettivo. povero, ed un sostantivo, coglione.

Le relazioni, a volte, partono sghembe, a singhiozzi. Le relazioni, a volte, finiscono con uno strappo secco, neanche tanto doloroso come potrebbe sembrare. Che poi queste cose succedano solo a volte, a guardarla da un punto di vista esistenziale più ampio, è una gran fortuna.

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